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Vatican News 21 maggio 2026

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Vatican News

Le notizie del giorno

21/05/2026

Papa Leone XIV riceve in udienza i nuovi ambasciatori presso la Santa Sede per le Lettere credenziali
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Leone XIV riceve in udienza i nuovi ambasciatori presso la Santa Sede di Sierra Leone, Bangladesh, Yemen, Ruanda, Namibia, Mauritius, Ciad e Sri Lanka, in occasione della presentazione delle Lettere credenziali. Il Pontefice chiede di promuovere il dialogo per trovare "vie di pace" e ricorda che ... 

Il Papa in Aula Nuova del Sinodo
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Nell’Aula Nuova del Sinodo il Papa invita i moderatori delle aggregazioni laicali riuniti per l’Incontro annuale ad esercitare il governo secondo l’ascolto ... 

Roghi tossici
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L'avvocata Valentina Centonze e l'oncologo Antonio Marfella nutrono grande speranza nella presenza di Leone XIV il 23 maggio dove le ecomafie hanno prodotto ... 

SANTA SEDE

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Esperti di giornalismo, informatica, educazione ed etica riuniti alla Pontificia Università Urbaniana per il Convegno internazionale organizzato dal Dicastero ... 

La platea del convegno internazionale dedicato al dibattito etico sull'IA all'Urbaniana
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Esperti di giornalismo, tecnologia ed etica digitale a confronto alla Pontificia Università Urbaniana sulle opportunità e i rischi dell’intelligenza ... 

La conferenza internazionale sull’intelligenza artificiale dal titolo “Custodire voci e volti umani”,
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La sessione pomeridiana del convegno internazionale all’Urbaniana, organizzato dal Dicastero per la Comunicazione in collaborazione con il Dicastero per la ... 

Il cardinale Farrell con Papa Leone XIV
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L'intervento del prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita che nell’Aula Nuova del Sinodo, oggi, 21 maggio, ha introdotto l’Incontro annuale con ... 

Un'immagine della conferenza “Beati martiri del comunismo”, organizzata il 20 maggio dall’ambasciata della Repubblica Ceca presso la Santa Sede
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L'intervento del cardinale prefetto del Dicastero per lo Sviluppo Umano integrale a una conferenza di ieri, 20 maggio, su due sacerdoti cechi martiri del ... 

CHIESA NEL MONDO

La presidenza della Comece in udienza dal Papa
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La presidenza della Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione europea è stata ricevuta in udienza da Leone XIV. Durante l’incontro i vescovi hanno ... 

Aram I, catholicos della Chiesa Apostolica Armena – Sede di Cilicia
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Al termine di tre giorni di incontri in Vaticano, tra cui un'udienza privata con Papa Leone XIV e la partecipazione all'udienza generale di mercoledì 20 maggio, ... 

Il brandello di camicia del beato Livatino sull'altare della basilica di San Bartolomeo all'Isola Tiberina
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Un brandello di camicia insanguinata del giudice beato, assassinato dalla stidda in Sicilia nel 1990, è stato consegnato al “Memoriale dei nuovi martiri”, nella ... 

Un convegno per ricordare don Mazzucato, direttore del Cuamm
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A poco più di dieci anni dalla scomparsa dello storico direttore dell’organizzazione non governativa, un evento a Roma ne rievoca visione ed eredità. Don Dante ... 

La presidente della Federazione delle Università Cattoliche Europee (FUCE), Elena Beccalli.
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Si tiene a Zagabria, da mercoledì 20 a venerdì 22 maggio, l’Assemblea generale della Federazione delle Università Cattoliche Europee, guidata dal Rettore Elena ... 

PRIMO PIANO























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La “rivolta delle tessitrici”: anche i grandi marchi della industria della moda dovrebbero fare la loro parte

 

ASIA/BANGLADESH - La “rivolta delle tessitrici”: anche i grandi marchi della industria della moda dovrebbero fare la loro parte
 
Dacca (Agenzia Fides) - Già dieci anni fa, nel 2014, un documentario del quotidiano inglese “Guardian", dal titolo "The shirt on your back" spiegava con parole e immagini il costo umano di una maglietta di cotone, fabbricata in Bangladesh, ripercorrendo a ritroso tutta la filiera della cosiddetta "fast fashion industry", l'industria di abbigliamento basata sul consumo, cresciuto vertiginosamente negli ultimi anni nei paesi occidentali. L'indagine, mostrando i costi umani e ambientali del sistema, denunciava le condizioni disumane dei lavoratori, soprattutto donne, ultimi tasselli della filiera di produzione dei giganti dell’industria tessile globale. Si era all'indomani della tragedia che portò questo fenomeno sotto la lente di ingrandimento delle cronache globali: il 24 aprile 2013 il Rana Plaza, edificio commerciale di otto piani, crollò a Savar, un quartiere della metropoli Dacca, capitale del Bangladesh. Nel più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nelle storia del paese, furono 1.138 morti, sepolti sotto il cedimento strutturale di un edificio - già dichiarato inagibile – che ospitava alcune fabbriche e laboratori tessili di aziende cui era stata appaltata, a costi irrisori, la manifattura dei capi d’abbigliamento dalle grandi multinazionali del settore.
La tragedia catalizzò l’attenzione dei media internazionali, con la richiesta di un accordo per garantire i diritti fondamentali dei lavoratori, ma solo pochi mesi fa, nel decimo anniversario dell'incidente, migliaia di lavoratori e lavoratici bangladesi hanno manifestato per la giustizia, notando l'impunità per i responsabili: "Sono passati dieci anni e tuttavia i proprietari della fabbrica di abbigliamento e il proprietario dell'edificio non sono stati puniti per l'omicidio di 1.138 lavoratori", hanno detto i familiari delle vittime, ricordando il caso eclatante di Sohel Rana, il proprietario del Rana Plaza, che aveva costretto gli operai a lavorare nonostante le crepe nell'edificio. L’uomo, una delle 38 persone incriminate per omicidio, è ancora sotto processo, mentre nessun addebito è giunto ai grandi colossi dell'industria tessile, i "committenti" del lavoro che sfrutta mano d'opera basso costo , senza minime garanzie di sicurezza.
In seguito al disastro, furono istituiti due organismi di vigilanza per migliorare gli standard del lavoro e vi fu una revisione dei salari dei quattro milioni di lavoratori del paese, per lo più donne, impegnate nel settore tessile in Bangladesh, uno degli asset principali dell'industria nazionale, che costituisce circa l’85% delle esportazioni del paese.
Oggi la questione torna prepotentemente a galla: la precarietà del settore tessile del Bangladesh ha spinto nelle ultime settimane milioni di lavoratori a scioperi e proteste per ottenere un salario dignitoso, ma la rivendicazione ha incontrato l'opposizione dei datori di lavoro e del governo. Le manifestazioni sono iniziate pacificamente alla fine di ottobre per chiedere un aumento del salario minimo e, con il passare dei giorni, a causa della mancanza di progressi, sono diventate violente. Negli scontri con la polizia quattro lavoratori hanno perso la vita e quasi un centinaio di persone sono state arrestate, mentre l'attività industriale resta rallentata: 123 fabbriche sono state danneggiate da atti vandalici e oltre 100 hanno sospeso la produzione , ha informato la polizia. La protesta è stata definita “la rivolta delle tessitrici”, perché la stragrande maggioranza delle lavoratrici del settore è donna.
Al centro della protesta vi è la richiesta di aumentare il salario minimo a 23.000 taka (circa 209 dollari Usa), mentre l'ammontare attuale resta congelato a 8.000 taka (quasi 73 dollari Usa) dal 2018. Secondo i lavoratori, l’aumento si impone per fronteggiare l’inflazione nel paese asiatico e garantire un salario dignitoso. Il governo ha annunciato la settimana scorsa che avrebbe aumentato lo stipendio medio a 12.500 taka (circa 112 dollari), ma i lavoratori hanno respinto la misura e hanno deciso di continuare con la protesta.
Faruque Hasan, presidente della "Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association", l’associazione dei proprietari delle aziende, ha rimarcato che "molte fabbriche chiuderebbero e i lavoratori perderanno il lavoro se le richieste dei lavoratori verranno soddisfatte”, per un costo del lavoro che diverrebbe insostenibile. Dal canto loro, i leader sindacali, insistendo sul fatto che il settore non smette di crescere, notano che i proprietari utilizzano i profitti per espandere le loro attività, aprendo nuovi stabilimenti, e non per migliorare le condizioni salariali e di sicurezza dei lavoratori, come ha rimarcato Joly Talukder, segretario generale del "Garment Workers Union Center" in Bangladesh.
Secondo alcuni economisti e osservatori indipendenti, c'è ancora spazio per aumentare i salari dei lavoratori ed evitare la chiusura delle fabbriche, trovando una via di mezzo tra le rivendicazioni di entrambe le parti, ma è necessario che della questione si facciano carico anche le multinazionali dell'abbigliamento che commissionano i prodotti. "Esiste la possibilità di aumentare i salari. Secondo nostre stime, il salario potrebbe essere di 17.568 taka (158 dollari USA). Se i grandi marchi o gli acquirenti sono disposti a sopportare un aumento del 6 o 7% del costo della merce che acquistano dalle aziende locali, questa può essere una via praticabile. Non dovrebbe essere sempre responsabilità solo dei proprietari delle fabbriche”, ha spiegato Khondaker Golam Moazzem, direttore del think-tank indipendente "Center for Policy Dialogue" (CPD).
Nella nazione del subcontinente indiano si contano oltre 3.500 fabbriche di abbigliamento che contribuiscono all’85% dei 55 miliardi di dollari dell'export annuale nazionale, impiegando oltre 4 milioni di lavoratori e lavoratrici.

Agenzia Fides 28 agosto 2021

VATICANO - Il Gesuita Jeyaraj: “Seguire una via di pace partendo dalla giustizia e colmando le disuguaglianze”
 
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - “L’importanza della fraternità si coglie innanzi tutto a partire dall’ascolto del grido di coloro che patiscono le conseguenze della sua mancanza, cioè dei poveri, dei bisognosi delle vittime delle guerre, delle persecuzioni e delle ingiustizie dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza. Percorrere la strada della fratellanza richiede di misurarsi con domande tutt’altro che banali che quel grido suscita, e che già percorrono il nostro travagliato mondo”. Così si è espresso padre Xavier Jeyaraj SJ, direttore del Segretariato per la Giustizia sociale e l’Ecologia della Compagnia del Gesù, nel corso di un webinar dal titolo “Accesso ai diritti e rispetto della dignità umana”, co-organizzata dall'Atlante delle guerre e dei conflitti nel mondo, antenna italiana del “Forum Mondiale delle Città e dei Territori di Pace”, presentato in Vaticano il 31 luglio scorso (vedi Fides 31/07/2021).
Partendo dalle encicliche "Laudato si'" e "Fratelli tutti” di Papa Francesco, padre Xavier Jeyaraj , nella sua relazione, individua alcuni punti cruciali per promuovere politiche pubbliche, programmi e iniziative di cittadinanza che aiutino a costruire una reale educazione alla pace, alla dignità umana, allo sviluppo autentico e inclusivo. Secondo il Gesuita, “la cultura dell’incontro esige di mettere al centro di ogni azione politica, sociale ed economica la persona umana: per camminare verso l’amicizia sociale e la fraternità universale - sottolinea - è essenziale rendersi conto di quanto vale un essere umano, quanto vale una persona, sempre e in qualunque circostanza”. In società che spesso non esitano a ignorare o emarginare alcune categorie di persone, bisogna essere in grado “di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole. Il ‘sogno’ - precisa p. Xavier – non va inteso non nel senso dell’evasione che fa perdere il contatto con la realtà, o dell’utopia consolatoria rispetto a una dura realtà, ma in quello che Papa Francesco indica come una visione capace di orientare, di indicare la direzione di marcia, di motivare al cambiamento”.
Persistono oggi nel mondo numerose forme di ingiustizia, nutrite da un modello economico fondato sul profitto, che non esita a sfruttare, a scartare e perfino ad uccidere l’uomo: “Mentre una parte dell’umanità vive nell’opulenza - osserva p. Jeyaraj - un’altra parte vede la propria dignità disconosciuta, disprezzata o calpestata nei suoi diritti fondamentali. La dignità della persona è dunque il vero valore non negoziabile: come dice il Papa, prendersi cura del mondo significa prendersi cura di noi stessi, ed è ora necessario costituire un ‘noi’ universale”.
In questa prospettiva il discernimento e il dialogo sono “la radice a cui fare riferimento per comprendere il significato di questa insistenza sulla necessità di costruire un popolo” - nota p. Xavier. Questa esprime un anelito che si consolida profondamente nella fede cattolica. “Con la firma del Documento di Abu Dhabi sulla fratellanza umana - spiega il religioso - questo diventa vero persino nella concretezza della formulazione del testo: quanto abbiamo in comune riusciamo anche a esprimerlo con parole, in cui tutti possiamo riconoscerci. Questo - conclude - è il modo migliore per incamminarsi concretamente verso una via di pace nella costruzione di un popolo in cui le differenze si armonizzino all’interno di un progetto comune”.
(ES) (Agenzia Fides 28/8/2021)
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AFRICA/SUDAFRICA - Il Vescovo Sipuka: economia inclusiva e istruzione, antidoto alla violenza
 
Johannesburg (Agenzia Fides) - “Dopo le violenze scoppiate a luglio, abbiamo suggerito al governo di adottare delle misure per la riconciliazione, chiedendo a chi ha rubato e saccheggiato i negozi di riportare entro breve la merce sottratta per ottenere una amnistia. Il governo ha dato l’ok e alcune persone stanno rispondendo”. Lo afferma Mons. Sithembele Sipuka, Vescovo di Mthatha, Sudafrica, e Presidente della SACBC (Southern African Catholic Bishops' Conference, che raccoglie i Vescovi di Sudafrica, Botswana ed eSwatini) in una intervista rilasciata all’Agenzia Fides. Più di 300 persone sono morte e circa 3.000 negozi sono stati saccheggiati quando a luglio sono scoppiate proteste e violenze, innescate dalla detenzione dell'ex presidente Jacob Zuma ma in seguito guidate dalla rabbia per la povertà e la disuguaglianza.
Dice il Vescovo, che ha illustrato la questione anche all'Assemblea plenaria della Southern African Catholic Bishops’ Conference (vedi Fides 6/8/2021): “La situazione è tornata alla calma, ma ora ci si chiede come sia stato possibile che migliaia di cittadini prendessero d’assalto negozi, locali, case senza che ci sia stato un intervento immediato per fermarli”. Il Sudafrica, dopo giorni di scontri che in varie città hanno lasciato segni di saccheggio e devastazione, fa i conti con le profonde divisioni che la attraversano, specie dopo l’arresto dell’ex presidente Jacob Zuma, accusato di corruzione nel periodo del suo mandato e incarcerato lo scorso 7 luglio. Zuma, condannato a 15 mesi di reclusione per essersi sempre rifiutato di venire giudicato per i crimini di cui è sospettato, ha ancora molti seguaci nel Paese, alcuni dei quali hanno scelto la rivolta.
“La violenza non è solo risposta all’incarcerazione dell’ex presidente – riprende Mons. Sipuka -. Dietro a simili avvenimenti ci sono doversi motivi: in prims una polarizzazione politica tra quanti continuano a supportare Zuma e quelli che invece si professano dalla parte della legge e vogliono che la giustizia faccia il suo corso. Tutto ciò ha una conseguenza diretta sulla società perché organismi istituzionali come l’esercito o la polizia, dipendono da ministeri alla cui guida ci sono esponenti di fazioni diverse. Le profonde divisioni nel partito al governo hanno portato a separazioni nei servizi segreti, nella polizia e nell’esercito, generando una sostanziale inazione perché chi pensa ai propri interessi non mette il Paese al primo posto. Una seconda ragione che pesa è la povertà della popolazione, ridotta in alcune fasce alla fame. Migliaia di persone facilmente utilizzabili da chi vuole fomentare la violenza. C’è un terzo elemento poi, che è la criminalità: i criminali utilizzano queste opportunità per allargare il raggio di azione e creare caos.”.
La Chiesa cattolica, che ha emanato un accorato appello a firma della SACBC (affiancato da un documento della South African Council of Churches - SACC -, ndr) richiama alla pace e, nel contempo, sviscera le radici del conflitto. Spiega Mons. Sithembele Sipuka: “La violenza è sempre da condannare e se ci sono differenze nel partito, nella politica o nella società, l’unica via è sedersi e dialogare. Mai strumentalizzare i poveri per servire i propri interessi, prima di tutto viene il bene del Paese. Il nostro messaggio ai più poveri è ‘non permettete che vi usino’. Sono loro le prime vittime: il pane in molti luoghi non si può acquistare a prezzi equi perché i negozi sono stati devastati”. Prosegue il Vescovo: “Crediamo poi che un punto fondamentale sia la collaborazione tra imprese, mondo del lavoro e governo. Bisogna viaggiare verso una economia che includa e che riduca la povertà, dato l’alto numero di disoccupati. L’istruzione è di scarsa qualità e i giovani escono dai percorsi formativi senza che possano essere produttivi da subito. Il nostro sguardo va anche alle zone più rurali del Paese: il governo si deve occupare di favorire lo sviluppo perché le popolazioni che vi abitano possano guadagnarsi la vita dignitosamente e perché sono zone fondamentali per offrire un contributo notevole all’economia”.
Il Vescovo conclude auspicando che “la voce Consiglio delle Chiese sia ascoltata, come avvenuto, ad esempio, per la consulenza su come affrontare la pandemia. In alcuni casi le nostre proposte sono divenute azioni, come per i sussidi per chi ha perso il lavoro per il Covid”.
(LA) (Agenzia Fides 28/8/2021)
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ASIA/MEDIO ORIENTE - Vescovi armeni cattolici convocati a Roma dal 20 settembre per eleggere il nuovo Patriarca
 
Aleppo (Agenzia Fides) – I vescovi armeni cattolici, provenienti dalle diocesi sparse in Medio Oriente e nei Paesi di maggior concentrazione della diaspora armena, si riuniranno a Roma, a partire dal prossimo 20 settembre, per eleggere il loro nuovo Patriarca. Lo conferma all’Agenzia Fides l’arcivescovo armeno cattolico di Aleppo, Boutros Marayati, attuale Amministratore della Chiesa patriarcale di Cilicia degli armeni. “Il Santo Sinodo elettivo svoltosi a partire dallo scorso 22 giugno presso il Convento libanese di Nostra Madre di Bzommar” ricorda l’Arcivescovo Marayati “non è andato a buon fine. In quindici giorni, nessun candidato ha ottenuto i due terzi dei voti dei dodici vescovi partecipanti al Sinodo, soglia richiesta per essere eletto successore del Patriarca Krikor Bedros XXI Ghabroyan, scomparso lo scorso 25 maggio (nella foto, durante la concelebrazione eucaristica con Papa Francesco, ndr). A quel punto, secondo quanto è stabilito dal Codice dei Canoni delle Chiese orientali, le sessioni del Sinodo elettivo sono state interrotte, e la questione è stata rimessa al Papa. Ora ci ritroveremo il prossimo 20 settembre, presso il Pontificio Collegio armeno di Roma, per due giorni di ritiro spirituale. Poi, a partire dal 22 settembre, inizierà l’assemblea sinodale per eleggere il nuovo Patriarca, che si svolgerà sotto la presidenza del Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese orientali”.
Riguardo alle procedure di elezione dei Patriarchi, il canone 72 del Codice dei Canoni delle Chiese orientali, al primo comma, stabilisce che “è eletto colui che ha riportato due terzi dei voti, a meno che per diritto particolare non sia stabilito che, dopo un conveniente numero di scrutini, almeno tre, sia sufficiente la parte assolutamente maggiore dei voti (eventualità attualmente non contemplata nel diritto particolare della Chiesa armena cattolica, ndr) e l’elezione sia portata a termine a norma del canone 183, §§3 e 4”. Il secondo comma del medesimo canone 72 chiarisce che “Se l’elezione non si porta a termine entro quindici giorni, da computare dall’apertura del Sinodo dei Vescovi della Chiesa patriarcale, la cosa viene devoluta al Romano Pontefice”.
Se anche il Sinodo elettivo della Chiesa patriarcale armena cattolica dovesse registrare una nuova situazione di stallo, l’esito positivo dell’assemblea elettorale sarà comunque garantito dal ricorso a alcune deroghe, che dopo un certo numero di votazioni avvenute senza esito consentiranno di eleggere Patriarca il candidato che raggiunge la maggioranza assoluta (la metà più uno) dei voti espressi. Se l’impasse elettorale dovesse perpetuarsi, sarà eletto Patriarca il candidato che ottiene la maggioranza relativa dei consensi. Se infine i voti dei vescovi votanti dovessero concentrarsi in maniera assolutamente paritaria intorno a due candidati, diverrà Patriarca il vescovo più anziano per ordinazione sacerdotale. (GV) (Agenzia Fides 28/8/2021).
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ASIA/BANGLADESH - I cattolici piantano un milione di alberi nello spirito della Laudato Si'
 
Dacca (Agenzia Fides) – Piantare circa un milione di alberi in occasione dell'Anno Laudato Si', nel centenario della nascita del "Padre della Nazione", lo Sheikh Mujibur Rahman, e nell'anno in cui il Bangladesh celebra i 50 anni dell'indipendenza. E' l'obiettivo raggiunto dalla piccola Chiesa cattolica bangladese, che, nella nazione di oltre 165 milioni di persone, rappresenta solo 400.000 fedeli. Il programma di piantumazione è stato avviato il 14 agosto 2020 in un impegno collettivo promosso dal Cardinale Patrick D'Rozario e da tutti i Vescovi cattolici del Bangladesh. In occasione dell'Anno Laudato si', tutte gli enti e comunità cattoliche si sono dati da fare: 400.000 alberi sono stati piantati da gruppi e parrocchie delle varie diocesi cattoliche; 360mila da Caritas Bangladesh; 215mila da Christian Cooperative Credit Union Ltd; 10.000 alberi sono stati affidati dalla Bangladesh Christian Association, per un totale di 931.000 alberi.
Padre Jyoti Francis Costa, Segretario Generale aggiunto della Conferenza Episcopale del Bangladesh, ha dichiarato all'Agenzia Fides: "Il Santo Padre ha chiamato i fedeli a prendersi cura della terra, e i fedeli cattolici di questo Paese hanno risposto piantando alberi perché gli alberi possono rendere il mondo più verde e produrre ossigeno". E ha aggiunto: "Tutti i Vescovi sovrintendono alla campagna di piantumazione degli alberi nelle diverse diocesi, che entro quest'anno sarà completata".
Anche Caritas Bangladesh sta lavorando nella stessa direzione. Sebastian Rozario, Direttore Esecutivo di Caritas, ha dichiarato all'Agenzia Fides di aver piantato alberi nelle loro aree di lavoro che coprono 49 distretti. "Stiamo consegnando altri alberi a quanti beneficiano del nostro sostegno, e si stanno piantando gli alberi aggiuntivi. La maggior parte degli alberi è già stata piantata; il resto degli alberi lo pianteremo entro quest'anno". Rozario ritiene che questa iniziativa sia una pietra miliare per la Chiesa cattolica. "Oltre a distribuire alberi ai beneficiari, tutti e 6.000 i volontari della Caritas hanno piantato un albero con il loro impegno personale", ha spiegato.
La cooperativa cristiana "Credit Union Ltd", organizzazione cooperativa fondata a Dacca dal sacerdote della Santa Croce padre Charles J. Young, sta facendo la stessa campagna. Pankaj Gilbert Costa, presidente dell'organizzazione ha confermato l'impegno a piantare 215mila alberi.
Nirmol Rozario, presidente della Bangladesh Christian Association, ha informato che la sua organizzazione ho distribuito 10.000 alberi da frutti e piante ad amici persone che se ne prenderanno cura. Il giovane Sujon Haldar ha ricevuto una piantina di mango dalla Bangladesh Christian Association e l'ha piantata nel giardino della sua abitazione: "Questi alberi in futuro mi forniranno ombra, frutti e legno. Gli alberi sono amici per sempre", dice, apprezzando l'iniziativa della Chiesa cattolica.
(FC-PA) (Agenzia Fides 28/08/2021)
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AMERICA - Nasce la piattaforma “MigraSegura” per offrire informazioni utili e sicure ai migranti venezuelani in Brasile ed Ecuador
 
Brasilia (Agenzia Fides) – E’ nata la piattaforma digitale “MigraSegura”, rivolta ai migranti, soprattutto venezuelani, che vi potranno trovare informazioni sicure e affidabili sui servizi di base e sulle politiche migratorie di Brasile e Ecuador. Frutto della collaborazione tra Caritas Ecuador e Caritas Brasile, con il sostegno della fondazione “JuntosEsMejor Challenge”, dell’USAID e della Banca Interamericana dello Sviluppo, con il supporto del Catholic Relief Services (CRS), la piattaforma è stata lanciata ufficiale il 26 agosto attraverso il sito web www.facebook.com/migrasegura.
Come spiega la nota pervenuta all’Agenzia Fides, l'obiettivo è di fornire informazioni tempestive ai migranti venezuelani, che possono essere vittime delle reti di tratta di persone e di gruppi criminali, per mancanza di una guida che li orienti. Infatti, "l'entità della crisi venezuelana, in cui si stima che più di 5 milioni e mezzo di persone abbiano lasciato il proprio Paese, richiede di mettere al servizio dei rifugiati e dei migranti venezuelani informazioni che hanno lo scopo di salvare vite umane, oltre a contribuire al processo decisionale con informazioni veritiere, in modo che possano avere un transito migratorio sicuro".
Questo progetto è iniziato alla fine del 2020. Per la sua realizzazione è stato condotto uno studio interpellando un campione di 807 rappresentanti di famiglie venezuelane (400 in Ecuador e 407 in Brasile), e 15 informatori-chiave (6 donne e 9 uomini) in rappresentanza di organizzazioni che hanno una vasta esperienza di lavoro con questa popolazione. La raccolta dei dati è stata effettuata in 8 città del Brasile e 6 città dell'Ecuador. Lo studio ha rivelato che circa il 66% delle persone che hanno lasciato il Venezuela per il Brasile e l'Ecuador, non hanno informazioni sui paesi ospitanti. Le ragioni principali per cui le famiglie lasciano il Venezuela sono la carenza di cibo nel paese (75%), la mancanza di occupazione (70%) e l’accesso limitato ai servizi sanitari e alle medicine (58%). I motivi per cui hanno scelto come paese di destinazione il Brasile e l’Ecuador sono principalmente le prospettive di lavoro più vantaggiose (68%), una maggiore situazione di sicurezza (47%) e migliori prospettive educative per i bambini e i giovani (39%).
(SL) (Agenzia Fides 28/08/2021)

Foglio della Collaborazione Pastorale Di San Giorgio di Nogaro

Vatican news 25 maggio 2026

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