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Da Haifa, segni di fraternità in una Terra Santa ferita: la testimonianza della missionaria trentina Danila De Gasperi

 

Da Haifa, segni di fraternità in una Terra Santa ferita: la testimonianza della missionaria trentina Danila De Gasperi




Da Haifa, nel cuore di una Terra Santa segnata da guerra, tensioni e divisioni, la missionaria trentina Danila Degasperi racconta la vita quotidiana della comunità del Focolare. Una testimonianza (pubblicata anche nell’ultimo numero del settimanale Vita Trentina) di prossimità e dialogo tra persone di fedi diverse che, dentro un “tempo buio”, continuano a cercare e costruire piccoli segni di fraternità e di speranza.

Carissimi amici,

vi scrivo da Haifa, in Israele, dove sono tornata dopo un periodo di vacanza in Trentino. Mi sono riposata e rigenerata: ho trascorso delle belle giornate in famiglia, ho rivisto con gioia alcuni parenti ed amici, ho goduto della bellezza della città e delle montagne! Ora posso riprendere il cammino con nuove forze.

Numerose sono le persone da cui mi sento costantemente accompagnata e sostenuta, per questo sono felice di scrivere questa lettera che spero raggiunga molti. Prima di tutto per esprimere un profondo grazie per le vostre preghiere, per la vostra attenzione rivolta alla Terra Santa così come a tutti i paesi dove si vivono guerre e conflitti, per il vostro impegno quotidiano per costruire la pace. Poi vorrei condividere con semplicità qualcosa della nostra vita.

Il nostro Focolare

Ricordo che vivo in un Focolare, cioè una piccola comunità di persone donate a Dio, ma “mescolate” tra la gente. Abbiamo lasciato la nostra famiglia, il nostro paese, il nostro lavoro per amare quel pezzo di umanità in cui siamo immerse e dare il nostro contributo per realizzare il sogno di Gesù “Che tutti siano uno” (Gv 17,21): la fraternità universale. Siamo in sei, di cui quattro viviamo nello stesso appartamento: due italiane, una polacca ed una giovane araba che sta vivendo con noi un’esperienza per discernere la sua strada. Poi fanno parte integrante della comunità due focolarine sposate, che però vivono con le loro rispettive famiglie. Lo Spirito del Focolare viene poi condiviso da tante persone (bambini, ragazzi, giovani, adulti…) che si impegnano in realtà e modi diversi.

Quando ero a Trento una vicina di casa mi ha chiesto: “Ma scusa, cosa fai lì?” Allora per rispondere a questa domanda, che forse altri si pongono, condivido tre esperienze di quest’anno, che per me sono state molto significative.

La Mariapoli a Beit Jalla

Comincio dalla più recente: la Mariapoli che si è svolta a Beit Jalla, vicino a Betlemme, dal 10 al 12 luglio. Ogni anno proponiamo tre giorni di convivenza per i membri cristiani della comunità del Focolare, provenienti da varie città sia di Israele che della Cisgiordania, ma anche per tutte le persone che desiderano parteciparvi; quest’anno eravamo più di 200. Il programma, dal titolo “Vicini a Dio, vicini al prossimo” prevedeva meditazioni, testimonianze, momenti di preghiera, di dialogo, approfondimenti su temi di attualità, oltre a workshops e giochi. Un partecipante ha detto: “L’essere umano ha bisogno di essere nutrito, nel corpo e nello spirito. Qui, alla Mariapoli, sento di ricevere questo nutrimento spirituale, traggo beneficio dalla condivisione delle esperienze, conosco persone nuove — ogni persona che incontro la considero come Gesù Cristo. Qui si sente davvero di essere parte di una famiglia.” Questi giorni sono stati preparati e realizzati grazie al contributo di numerose persone che per settimane si sono impegnate, mettendo a disposizione tempo, capacità e creatività.

“Vivere la prossimità”

Oltre alla Mariapoli, durante l’anno curiamo vari momenti di incontro e di formazione per i membri delle comunità cristiane, distinti in base alle fasce di età o agli ambiti di impegno, come ad esempio le famiglie, e questo con l’aiuto di diverse equipe.

Un punto per noi fondamentale è quello di vivere la prossimità, cioè di farci vicini alle persone per condividere la loro vita, fatta di gioie e dolori, sfide e preoccupazioni. Pur abitando ad Haifa, conosciamo persone e famiglie a noi molto care che vivono in Cisgiordania e che difficilmente ottengono un permesso per entrare in Israele. Siccome la situazione economica dopo il 7 ottobre 2023 si è aggravata, quando possiamo andiamo a visitarli. Un giorno abbiamo riempito due macchine di cibo, vestiti ed altre cose, e siamo partiti la mattina presto per arrivare a ora di pranzo. Per passare da Israele alla Palestina, bisogna attraversare i check point. Arrivati al posto di blocco, in un luogo deserto, ci siamo trovati in una fila di macchine ferme ed abbiamo aspettato tre ore prima che lo aprissero. Poi, arrivato il nostro turno al controllo passaporti, ci è stato detto che non potevamo procedere. Erano già le 2 del pomeriggio ed eravamo in dubbio su cosa fare: tornare a indietro o tentare di passare da un altro check point? Pensando alle famiglie che ci aspettavano abbiamo deciso insieme di fare un altro tentativo, percorrendo una strada più lunga e di là ci hanno fatto passare! Siamo arrivati da loro che era ormai sera…Erano felicissimi e nessuno, neanche i ragazzi, avevano toccato il cibo per mangiare insieme a noi. È stata un’esperienza molto forte vivere sulla mia pelle questi disagi per capire un po’ più profondamente quelli che in tanti affrontano ogni giorno.

Il dialogo possibile tra fedi diverse

Oltre a cercare di farci vicini alle comunità cristiane, cerchiamo di valorizzare le occasioni che permettono di intessere ed intensificare i legami di amicizia tra comunità di fedi diverse (ebrei, musulmani, bahai, drusi…). In occasione di una festa ebraica siamo stati invitati da una rabbina amica del Focolare ad andare nel Kibbutz dove lei vive con la sua famiglia. Quando siamo arrivati abbiamo notato che oltre alla comunità ebraica, erano presenti anche il vescovo della chiesa latina, l’iman della comunità musulmana e il shekh della comunità drusa, presenti in quel territorio: ognuno ha parlato del significato della luce nella propria religione, condividendo perle di sapienza delle proprie tradizioni. Durante la serata la nostra amica rabbina ci ha dato il benvenuto, ci ha presentato a tutti come gli amici del focolare e, sedutasi accanto a noi, ci ha aiutato a seguire le varie tappe della celebrazione, dandoci qualche spiegazione in più perché potessimo capire. A fine serata abbiamo espresso tutta la nostra gioia e gratitudine per l’accoglienza ricevuta e perché in un “tempo buio” questa serata interreligiosa era stata un faro di speranza.

Cari amici, ecco alcune pennellate sulla nostra vita qui in Terra Santa… come voi ben sapete, un contesto difficile, caratterizzato da dolore, tensione, incertezza, violenza e ingiustizia…ma come ci ha incoraggiato il Cardinal Pizzaballa nella sua lettera pastorale: “Il nostro essere cristiani deve diventare testimonianza di un modo particolare di vivere anche dentro la contesa e deve trovare espressione visibile e riconoscibile in ciò che diciamo e facciamo.”

Un caro saluto a tutti! Danila

Nella foto in alto, la visita a una famiglia araba cristiana della Cisgiordania, dopo la lunga fila al check point descritta nella lettera.

 

Danila (seconda da destra) in visita al Centro Missionario Diocesano di Trento.

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Da vatican news 4 maggio 2026

 

Terra Santa, dal segno della croce la forza e la speranza del cristiano


Davanti agli episodi di violenza che si sono verificati recentemente a Gerusalemme e in Libano, i credenti in Cristo sono chiamati a vivere il Vangelo giorno per giorno e riconoscersi in Lui, specialmente nei tempi odierni che appaiono "difficili e complessi"

di Ibrahim Faltas

Nei primi ricordi di bambino è forte l’immagine di mia madre che mi aiutava con le mani e con la voce a fare il segno della croce. Lo aveva insegnato ai miei fratelli maggiori e, dopo di me, ai miei fratelli minori e tutti la seguivamo nel gesto e nelle parole quando ci svegliavamo al mattino e prima di addormentarci la sera, quando iniziavamo il pranzo e in ogni momento in cui sentivamo di chiedere l’aiuto e la protezione di Dio. Portare una croce al collo, una medaglia con l’effige della Madonna o di un santo, vestire abiti religiosi, soprattutto per chi fa parte di una minoranza nel luogo in cui vive, è un segno identificativo di appartenenza a Cristo. I cristiani egiziani, come me, hanno una piccola croce che viene tatuata sulla mano e che indica l’identità cristiana che si acquisisce con il battesimo.

Situazioni intollerabili di violenza

A Gerusalemme, sempre più spesso, si stanno verificando situazioni intollerabili di violenza, di offese, di oltraggi nei confronti di luoghi sacri, di religiosi, di persone appartenenti alla religione cristiana. L’aggressione fisica subita da una suora francese che percorreva la strada che porta al Cenacolo è stata particolarmente brutale. Le immagini documentano un ripetuto e ancora più violento assalto ad una donna inerme e indifesa. L’aggressore era solo in quella occasione, spesso invece sono gruppi di persone che ingiuriano, molestano e compiono gesti di disprezzo contro religiosi, fedeli e luoghi cristiani. Sono parole, sono gesti, sono scritte sui muri che riflettono un odio carico di ferocia e di prepotenza: sono attacchi sempre ingiustificabili ma sono particolarmente inaccettabili quando avvengono nella città Santa per le tre religioni monoteiste. 

Convivenza possibile

Gerusalemme è divisa e contesa fra fedeli che pregano in modo diverso e si vestono diversamente. Questa diversità non giustifica però la tensione che continua a rendere invivibile la vita di ognuno e di tutti coloro che si incontrano per le strade e i vicoli stretti della città vecchia. La convivenza pacifica è possibile se si rispetta la vita propria e quella degli altri. La pace è possibile se riusciamo a conoscere meglio la vita degli altri, se creiamo e stabiliamo relazioni fra vite che si sfiorano ma che non si conoscono. 

Un odio che distrugge

Una scuola cristiana di un villaggio in Libano è stata demolita, abbattuta da ruspe. Era rimasto l’unico edificio, insieme al convento delle suore, a non essere stato ancora bombardato e mezzi meccanici hanno cancellato un punto di riferimento spirituale ed educativo per centinaia di bambini e di ragazzi.  In nome di chi e per quale motivazione si possono distruggere e oltraggiare luoghi sacri, offendere e mortificare esseri umani, calpestare segni e simboli religiosi? Quale pericolo può rappresentare un luogo di culto, una scuola, un convento?  È una violenza che nasce da una ideologia, da preconcetti, da cieco razzismo? Cosa provoca tanto odio verso propri simili con differenti storie di fede e di vita? Atti così violenti non sono risposte a comportamenti di chi professa la fede cristiana perché i cristiani di Terra Santa non reagiscono a provocazioni, sono pronti all’accoglienza, disponibili al perdono e amorevoli nei confronti del prossimo. Sono fieri e orgogliosi di appartenere a Cristo e di essere nati nella Terra che ha visto le sue opere terrene e ha sentito la sua voce rivelare l’amore del Padre e la potenza dello Spirito Santo.    

Segni identificativi di un cristiano

Non credo che le guerre avvengano a causa di contrasti religiosi, i motivi sono altri e sono diversi. Penso però che bisogna ostacolare e denunciare episodi che sono sintomo di un clima teso e di situazioni che possono degenerare ulteriormente.  Vivere il Vangelo, seguire gli insegnamenti di Gesù giorno per giorno e riconoscersi in Lui, sono segni identificativi di un cristiano che professa la fede con cuore puro e in libertà.  Le prime comunità cristiane hanno subito persecuzioni, i primi martiri hanno testimoniato Cristo offrendo la vita. I tempi sono altri e diversi ma è forte la percezione di vivere momenti difficili e complessi.  Dalla croce, segno indelebile della passione e morte di Nostro Signore, è fiorita la speranza della vita con la resurrezione. Il segno della croce, il gesto spontaneo e fiducioso di chi confida nella Misericordia di Dio, è la nostra forza. Guardiamo alla croce che aiuta, sostiene e conforta. E, grazie a Dio, a Gerusalemme, ne possiamo vedere ancora tante! 


Foglio della Collaborazione Pastorale Di San Giorgio di Nogaro

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