Filippesi 1,4 ... e sempre, in ogni mia preghiera per tutti voi, prego con gioia...
Ne parla un sito dedicato alla plastica...
FONTE
La sezione civile del Tribunale di Udine ha dichiarato lo stato di insolvenza per la società Caffaro Chimica di Torviscosa, consociata del gruppo Snia, premessa per ottenere l'ammissione all'amministrazione straordinaria.
Il tribunale ha nominato Giudice Delegato la dottoressa Mimma Grisafi e Commissario Giudiziale l’avvocato Marco Cappelletto.
Domani la cena degli operai in crisi L’obiettivo: fondi per i presidi Safilo
MARTIGNACCO. Una cena per cementare la solidarietà tra i lavoratori delle aziende friulane in crisi. L’appuntamento è per domani sera a partire dalle 19.30 nella ex sede della circoscrizione in via Val d’Aupa al villaggio del sole a Udine. Oltre agli operai della Safilo, che hanno organizzato l’evento, parteciperanno delegazioni di Eaton, Caffaro, Abs e Gmt, tutte aziende che stanno attraversando gravi turbolenze e i cui dipendenti rischiano il posto.
«La crisi economica sta colpendo molti lavoratori e molte lavoratrici della nostra provincia, come alla Safilo - si legge proprio nel Blog su Internet dei dipendenti friulani della multinazionale dell’occhiale -, dove 800 famiglie rischiano di perdere la certezza di un reddito. Abbiamo deciso di organizzare questa cena, il cui ricavato sarà donato al presidio dei lavoratori della Safilo, come primo passo verso la costituzione di una “cassa di resistenza” e per creare attorno all’azienda una rete di solidarietà che aiuti i lavoratori. Che cos’è una “cassa di resistenza”? Non è un fondo di beneficenza. Non abbiamo bisogno di carità, ma di lavoro e dignità. La cassa è uno dei diversi strumenti di lotta a nostra disposizione. Sicuramente non è l’unico e forse non è il più importante. Una cassa di resistenza è gestita democraticamente dai lavoratori. Può servire a pagare le spese della battaglia per il posto di lavoro (presidi, striscioni e altro ancora), gli eventuali costi legali o semplicemente a dare sollievo economico nei lunghi periodi di sciopero. Ma questa cena servirà anche per socializzare fra le diverse realtà produttive in crisi nella nostra regione: rappresentanze della Eaton di Monfalcone, Caffaro di Torviscosa, Abs di Cargnacco, Gmt di San Giorgio di Nogaro e di Cargnacco, sono state invitate a parteciparvi. E con esse tutte le rappresentanze dei lavoratori di aziende in crisi».
La cena di domani sera consisterà in un primo e un secondo (bevande incluse) al prezzo di 10 euro per i lavoratori in cassa integrazione e per i loro familiari. Lo stesso menù costerà 15 euro per tutte le altre persone che volessero parteciparvi. Tutto il ricavato della serata sarà destinato ai presidi Safilo di Martignacco e di Precenicco, che hanno tagliato in questi giorni il traguardo dei 60 giorni: due mesi nei quali una delegazione di operai è sempre stata presente davanti ai cancelli delle fabbriche, ormai quasi desolatamente vuote.
8xmille alla Chiesa Cattolica.
Domenica scorsa, nelle parrocchie di tutta Italia è stata celebrata la
Giornata Nazionale di sensibilizzazione per l’8xmille alla Chiesa Cattolica.
L’8xmille è opera vostra, resa possibile grazie alle firme di ciascuno, riconfermate ogni anno. È una libera scelta che nel
La missione dei sacerdoti diocesani in tutte le parrocchie italiane, e di tanti missionari “fidei donum” inviati all’estero, le attività pastorali, i progetti educativi per i giovani negli oratori, la manutenzione delle nostre chiese ma anche migliaia di progetti di carità in Italia, dalle mense alle case-famiglia, così come ospedali e scuole nel Terzo Mondo. Tutte queste opere sono rese possibili anche grazie alla nostra firma, con cui partecipiamo alla missione della Chiesa.
Tutti possono firmare. Anche chi pur ricevendo il CUD, non è tenuto a consegnare il suo modello fiscale, come i giovani al primo impiego o i pensionati.
Un anno nella vita della Chiesa.
Lo troverete nei numeri del rendiconto a disposizione di tutti. Un atto dovuto, vissuto in spirito di trasparenza e condivisione. Chi consulta il rendiconto, e tutte le parrocchie sono invitate a farlo, scopre perché rinnovare la sua scelta, proprio verificando a quante necessità la Chiesa ha potuto rispondere anche grazie alle firme. L’8xmille ha distribuito risorse in 3 grandi settori d’intervento: le esigenze di culto e pastorale, il sostentamento dei sacerdoti diocesani, gli interventi caritativi in Italia e nel Terzo Mondo.
425 milioni di euro per i progetti di culto e pastorale. Questi fondi sostengono progetti di formazione dei catechisti, corsi biblici e ritiri spirituali. Ma anche la cultura e la fede, con il restauro di beni artistici che tramandano le radici cristiane di un territorio. Non mancano contributi per nuove chiese e oratori, specie per le aree di espansione urbana, dove risiedono giovani famiglie.
73 milioni di euro per il sostentamento dei sacerdoti. Con questi fondi è stato possibile sostenere circa 38 mila preti diocesani. Tra loro anche 3mila presbiteri ormai anziani o malati, che dopo una vita al servizio del Vangelo e del prossimo, sono affidati alle comunità. I fondi sostengono anche circa 600 missionari “fidei donum” (cioè “dono della fede”) inviati nei Paesi in via di sviluppo;
205 milioni di euro per la carità in Italia e nel Terzo Mondo. Queste risorse vanno a sostenere diversi progetti come ad esempio mense per i poveri, case-famiglia per donne e minori in difficoltà, progetti di assistenza ad anziani, malati e portatori di handicap. Una miriade di realtà diffuse in tutte le regioni italiane. Nei Paesi in via di sviluppo questi fondi aiutano, tra le altre iniziative, anche la formazione di insegnanti e studenti, la costruzione di scuole, ma anche progetti medico-sanitari. Non mancano gli aiuti per le emergenze umanitarie e ambientali: nel 2008, tra gli altri, è stato inviato un milione di euro per le vittime della guerra in Georgia.
Un anno di rendiconto 2008 è un ponte sul bene che ancora si potrà realizzare insieme. È disponibile in dettaglio sul sito internet www.8xmille.it.
Commento alla parola domenica 17 maggio 2009
Amatevi come io vi ho amato
La liturgia odierna - come sempre - ci parla soltanto d’amore. «Dio è amore», e dunque che cos’altro potrebbe dirci la sua parola, o donarci il suo agire? A un ascolto attento, però, oggi - e ogni giorno - questo motivo unico risuona con toni nuovi. Seguiamolo attraverso le letture, per apprendere a cantarlo con la vita.
L’amore da parte dell’uomo comincia con l’attenzione, con un’intensa attesa rivolta a Dio, e del resto già suscitata da lui. Inizia con l’accorgersi che egli ci ha amati per primo, da sempre, e non perché lo meritassimo. Scoprirsi amati significa al contempo riconoscersi peccatori perdonati. Questo perdono non ha avuto per Dio - l’Onnipotente! - un prezzo irrisorio, ma proprio così si è manifestato l’amore: «Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui..., lo ha mandato come vittima di espiazione per i nostri peccati». Il volto amante di Dio ci è stato rivelato dal volto di dolore e di gloria di Cristo. Ed egli ci invita a rimanere nel suo amore - il più grande, perché è la vita donata - per poter gustare la comunione con il Padre.
Ancora una volta ci è chiesto di essere “attenti”: l’amore donato e accolto coinvolge nel suo dinamismo ognuno di noi. Deve divenire il nostro donarci: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati», nell’attenzione fattiva e costante a non lasciar prevalere la natura egoistica nel nostro sentire, pensare, parlare, operare, nella tensione gioiosa di porre al principio di tutto il divino comandamento. Non è facile per nessuno in concreto...
Ma lo Spirito ci è dato per questo! Una nuova attenzione d’amore ci è proposta: cercare di intuire in ogni circostanza le vie che lo Spirito ci va aprendo davanti perché l’amore possa dispiegarsi e raggiungere ogni uomo. Anche Pietro si è spogliato a fatica di inveterate convinzioni per abbracciare il disegno di Dio: attento allo Spirito e ai fratelli, ha indicato alla Chiesa nascente un nuovo percorso d’amore, lasciando a noi tutti una traccia di luce.
Domenica 17 aprile 2009
PARROCCHIA SAN GIORGIO M.
VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO B)
PRIMA LETTURA (At 10,25-27.34-35.44-48)
Anche sui pagani si è effuso il dono dello Spirito Santo.
Dagli Atti degli Apostoli
Avvenne che, mentre Pietro stava per entrare , questi gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Àlzati: anche io sono un uomo!».
Poi prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga».
Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio.
Allora Pietro disse: «Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?». E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Quindi lo pregarono di fermarsi alcuni giorni.
Parola di Dio
SALMO RESPONSORIALE (Sal 97)
Rit: Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.
Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo. Rit.
Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele. Rit.
Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni! Rit.
SECONDA LETTURA (1Gv 4,7-10)
Dio è amore.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo
Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.
In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui.
In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
Parola di Dio
Canto al Vangelo (Gv 14,23)
Alleluia, alleluia.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore,
e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.
Alleluia.
VANGELO (Gv 15,9-17)
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.
+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».
Parola del Signore
Preghiera dei fedeli
C – Fratelli e sorelle carissimi, l’amore verso i fratelli è il segno visibile del passaggio pasquale dalla morte alla vita. Imploriamo da Dio nostro Padre, Fonte dell’Amore, questo inestimabile dono.
L - Preghiamo insieme e diciamo:
Padre dell’Amore, ascoltaci!
1. Per
2. Per coloro che ricoprono responsabilità civili e sociali: perché superino egoismi e interessi di parte, governino con saggezza e si adoperino per il bene di tutti. Preghiamo.
3. Per coloro che patiscono soprusi e angherie per la fede: la Parola che abbiamo accolto scuota le nostre coscienze e ci faccia prendere a cuore la sorte di chi è oppresso. Preghiamo.
4. Per questa nostra Comunità parrocchiale, che chiami ad essere “casa e scuola di Comunione”: perché cresca nell’amore reciproco e nella solidarietà per testimoniare con gioia e nella verità il Vangelo della speranza. Preghiamo.
5. Per noi, qui radunati a celebrare il rendimento di grazie al Dio della vita: perché impariamo davvero ad amarci gli uni gli altri come il Signore Gesù ci ha amati e a fare di ogni gesto della nostra vita un dono gratuito ai fratelli. Preghiamo.
6. Per le nostre suore che lunedì celebrano la festa delle sante Vincenza Gerosa e Bartolomea Capitanio, perché siano segno del tuo amore per la nostra comunità, per questo preghiamo…
7. Per il nostro fratello BETTIN ROBERTO che Dio ha reso partecipe del Mistero Pasquale di Cristo, perché viva in eterno la comunione dei santi in paradiso. Preghiamo.
C – O Padre, il tuo Figlio ci ha detto che qualunque cosa ti chiederemo nel Suo nome, tu ce la concederai. Ascolta ed esaudisci le nostre intenzioni di preghiera, anche quelle più nascoste nel nostro intimo e, con la luce e la forza dell’amore che la Pasqua ha immesso nei nostri cuori, guida la tua Chiesa e ogni uomo, perché siano al mondo l’inizio dell’umanità risorta con Cristo. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
T - Amen.




Benedetto XVI esorta i cristiani a non abbandonare la Terra Santa.
"Lì c'è posto per tutti", dice. Per due popoli e per due Stati in pace tra loro. E per le tre religioni di Abramo, unite nel servizio della famiglia umana di Sandro Magister
Fonte
ROMA, 14 maggio 2009 – Benedetto XVI ha trascorso l'intera giornata di mercoledì nei Territori palestinesi: a Betlemme e nel campo profughi di Aida.E questa è stata, inevitabilmente, la giornata più "politica" del suo viaggio. Il papa si è incontrato a più riprese con il presidente Abu Mazen, ha tenuto dei discorsi a lui e alla popolazione palestinese, ha camminato in luoghi segnati dal conflitto. Ad Aida l'alto muro che divide Israele dai Territori era visibilissimo, incombente.Benedetto XVI non si è sottratto alle aspettative. Ha invocato un superamento del conflitto all'insegna dei due popoli e due Stati. Ha reclamato sicurezza per Israele. Ha detto ai palestinesi di rifiutare il terrorismo. Ha auspicato l'abbattimento del muro.Un obiettivo di papa Joseph Ratzinger, in questo viaggio, era di conquistare il consenso dei cattolici arabi, fortemente ostili ad Israele. In Giordania ci è riuscito. A ovest del Giordano l'impresa era più difficile. Ma le tappe di Betlemme e di Aida hanno giovato. Il papa è stato molto sobrio nel richiamare le ragioni di Israele e molto esplicito e partecipe, invece, nel tratteggiare le ragioni dei palestinesi e soprattutto la loro sofferenza.Sarebbe però riduttivo e fuorviante interpretare in chiave solo politica il messaggio complessivo che Benedetto XVI ha voluto rivolgere ai cristiani di Terra Santa.A giudizio del papa la Chiesa sarà influente – anche sul terreno politico – se saprà fare altro: se aiuterà anzitutto a "rimuovere i muri che noi costruiamo attorno ai nostri cuori, le barriere che innalziamo contro il nostro prossimo".Benedetto XVI mira primariamente a convertire a Dio i cuori e le menti. L'ha detto e l'ha scritto più volte.Ed è rimasto fedelissimo a questa sua "priorità" anche in un viaggio pur così carico di valenza politica come questo in Terra Santa.Per capirlo, basta ripercorrere i gesti e le parole con cui egli ritma il viaggio.Qui di seguito è riportata una piccola antologia delle parole da lui dette mercoledì 13 maggio a Betlemme e Aida, e il giorno precedente a Gerusalemme.I passaggi più direttamente politici sono riportati per primi. Ma in essi già si coglie che lo sguardo di Benedetto XVI va oltre.E questo "oltre" egli l'ha esplicitato soprattutto nelle omelie delle messe celebrate il 12 maggio a Gerusalemme nella Valle di Giosafat e il 13 maggio a Betlemme nella Piazza della Mangiatoia, presenti migliaia di fedeli, alcuni dei quali accorsi fin da Gaza.Ai cristiani ha detto di non abbandonare la Terra Santa, come hanno fatto soprattutto negli ultimi anni. Ma perché restare? La risposta del papa è sorprendente, assolutamente da leggere. Rimanda al "vedere" e al "toccare" dei primi discepoli di Gesù. Al fondamento sensibile della fede.Altri lampi della visione che Ratzinger vuole trasmettere sono i passaggi dedicati a Gerusalemme e a Betlemme: alla potenza simbolica, profetica, teologica di queste città sante.E infine è tutto da leggere il discorso tenuto da Benedetto XVI ai capi musulmani la mattina del 12 maggio a Gerusalemme, dopo aver visitato – prima volta assoluta per un papa – la Cupola della Roccia, sul luogo del sacrificio di Abramo e dell'ascesa di Maometto al cielo. Una magnifica sintesi di come questo papa vede il servizio che ebraismo, cristianesimo ed islam possono dare all'unità della famiglia umana.Ecco dunque l'antologia, in cinque capitoli:
1. IL PAPA "POLITICO". DAI DISCORSI NEI TERRITORI
2. CRISTIANI NELLA TERRA SANTA. PERCHÉ RESTARE
Dall'omelia della messa nella Valle di Giosafat, martedì 12 maggio:Cari fratelli e sorelle, [...] vorrei qui accennare direttamente alla tragica realtà – che non può mai cessare di essere fonte di preoccupazione per tutti coloro che amano questa città e questa terra – della partenza di così numerosi membri della comunità cristiana negli anni recenti. Benché ragioni comprensibili portino molti, specialmente giovani, ad emigrare, questa decisione reca con sé come conseguenza un grande impoverimento culturale e spirituale della città.Desidero oggi ripetere quanto ho detto in altre occasioni: nella Terra Santa c’è posto per tutti! Mentre esorto le autorità a rispettare e sostenere la presenza cristiana qui, desidero al tempo stesso assicurarvi della solidarietà, dell’amore e del sostegno di tutta la Chiesa e della Santa Sede.Cari amici, nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, san Pietro e san Giovanni corrono alla tomba vuota, e Giovanni, ci è stato detto, “vide e credette” (Giovanni 20, 8), Qui in Terra Santa, con gli occhi della fede, voi insieme con i pellegrini di ogni parte del mondo che affollano le chiese e i santuari, siete felici di vedere i luoghi santificati dalla presenza di Cristo, dal suo ministero terreno, dalla sua passione, morte e risurrezione e dal dono del suo Santo Spirito. Qui, come all’apostolo san Tommaso, vi è concessa l’opportunità di “toccare” le realtà storiche che stanno alla base della nostra confessione di fede nel Figlio di Dio.La mia preghiera per voi oggi è che continuiate, giorno dopo giorno, a “vedere e credere” nei segni della provvidenza di Dio e della sua inesauribile misericordia, ad “ascoltare” con rinnovata fede e speranza le consolanti parole della predicazione apostolica e a “toccare” le sorgenti della grazia nei sacramenti ed incarnare per gli altri il loro pegno di nuovi inizi, la libertà nata dal perdono, la luce interiore e la pace che possono portare salvezza e speranza anche nelle più oscure realtà umane.Nella Chiesa del Santo Sepolcro, i pellegrini di ogni secolo hanno venerato la pietra che la tradizione ci dice che stava all’ingresso della tomba la mattina della risurrezione di Cristo. Torniamo spesso a questa tomba vuota. Riaffermiamo lì la nostra fede sulla vittoria della vita, e preghiamo affinché ogni “pietra pesante” posta alla porta dei nostri cuori, a bloccare la nostra completa resa alla fede, alla speranza e all’amore per il Signore, possa essere tolta via dalla forza della luce e della vita che da quel primo mattino di Pasqua risplendono da Gerusalemme su tutto il mondo.Dall'omelia della messa nella Piazza della Mangiatoia, mercoledì 13 maggio:Cari fratelli e sorelle, [...] “non abbiate paura!”. Questo è il messaggio che il successore di San Pietro desidera consegnarvi oggi, facendo eco al messaggio degli angeli e alla consegna che l’amato papa Giovanni Paolo II vi ha lasciato nell’anno del Grande Giubileo della nascita di Cristo. Contate sulle preghiere e sulla solidarietà dei vostri fratelli e sorelle della Chiesa universale, e adoperatevi con iniziative concrete per consolidare la vostra presenza e per offrire nuove possibilità a quanti sono tentati di partire. Siate un ponte di dialogo e di collaborazione costruttiva nell’edificare una cultura di pace che superi l’attuale stallo della paura, dell’aggressione e della frustrazione. Edificate le vostre Chiese locali facendo di esse laboratori di dialogo, di tolleranza e di speranza, come pure di solidarietà e di carità pratica.Al di sopra di tutto, siate testimoni della potenza della vita, della nuova vita donataci dal Cristo risorto, di quella vita che può illuminare e trasformare anche le più oscure e disperate situazioni umane. La vostra terra non ha bisogno soltanto di nuove strutture economiche e politiche, ma in modo più importante – potremmo dire – di una nuova infrastruttura “spirituale”, capace di galvanizzare le energie di tutti gli uomini e donne di buona volontà nel servizio dell’educazione, dello sviluppo e della promozione del bene comune. Avete le risorse umane per edificare la cultura della pace e del rispetto reciproco che potranno garantire un futuro migliore per i vostri figli. Questa nobile impresa vi attende. Non abbiate paura!
3. IL MISTERO DI GERUSALEMME
4. IL MISTERO DI BETLEMME
5. EBREI, CRISTIANI E MUSULMANI PER L'UNITÀ DELLA FAMIGLIA UMANADal discorso dopo la visita della Cupola della Roccia, a Gerusalemme, martedì 12 maggio:La Cupola della Roccia conduce i nostri cuori e le nostre menti a riflettere sul mistero della creazione e sulla fede di Abramo. Qui le vie delle tre grandi religioni monoteiste mondiali si incontrano, ricordandoci quello che esse hanno in comune. Ciascuna crede in un solo Dio, creatore e regolatore di tutto. Ciascuna riconosce Abramo come proprio antenato, un uomo di fede al quale Dio ha concesso una speciale benedizione. Ciascuna ha raccolto schiere di seguaci nel corso dei secoli ed ha ispirato un ricco patrimonio spirituale, intellettuale e culturale. [...]Poiché gli insegnamenti delle tradizioni religiose riguardano ultimamente la realtà di Dio, il significato della vita ed il destino comune dell’umanità – vale a dire, tutto ciò che è per noi molto sacro e caro – può esserci la tentazione di impegnarsi in tale dialogo con riluttanza o ambiguità circa le sue possibilità di successo. Possiamo tuttavia cominciare col credere che l’Unico Dio è l’infinita sorgente della giustizia e della misericordia, perché in Lui entrambe esistono in perfetta unità. Coloro che confessano il suo nome hanno il compito di impegnarsi decisamente per la rettitudine pur imitando la sua clemenza, poiché ambedue gli atteggiamenti sono intrinsecamente orientati alla pacifica ed armoniosa coesistenza della famiglia umana.Per questa ragione, è scontato che coloro che adorano l’Unico Dio manifestino essi stessi di essere fondati su ed incamminati verso l’unità dell’intera famiglia umana. In altre parole, la fedeltà all’Unico Dio, il Creatore, l’Altissimo, conduce a riconoscere che gli esseri umani sono fondamentalmente collegati l’uno all’altro, perché tutti traggono la loro propria esistenza da una sola fonte e sono indirizzati verso una meta comune. Marcati con l’indelebile immagine del divino, essi sono chiamati a giocare un ruolo attivo nell’appianare le divisioni e nel promuovere la solidarietà umana.Questo pone una grave responsabilità su di noi. Coloro che onorano l’Unico Dio credono che Egli riterrà gli esseri umani responsabili delle loro azioni. I cristiani affermano che i doni divini della ragione e della libertà stanno alla base di questa responsabilità. La ragione apre la mente per comprendere la natura condivisa e il destino comune della famiglia umana, mentre la libertà spinge il cuore ad accettare l’altro e a servirlo nella carità. L’indiviso amore per l’Unico Dio e la carità verso il nostro prossimo diventano così il fulcro attorno al quale ruota tutto il resto. Questa è la ragione perché operiamo instancabilmente per salvaguardare i cuori umani dall’odio, dalla rabbia o dalla vendetta.Cari amici, sono venuto a Gerusalemme in un pellegrinaggio di fede. Ringrazio Dio per questa occasione che mi è data di incontrarmi con voi come vescovo di Roma e successore dell’apostolo Pietro, ma anche come figlio di Abramo, nel quale “tutte le famiglie della terra si diranno benedette” (Genesi 12, 3; cfr. Romani 4, 16-17). Vi assicuro che è ardente desiderio della Chiesa di cooperare per il benessere dell’umana famiglia. Essa fermamente crede che la promessa fatta ad Abramo ha una portata universale, che abbraccia tutti gli uomini e le donne indipendentemente dalla loro provenienza o da loro stato sociale. Mentre musulmani e cristiani continuano il dialogo rispettoso che già hanno iniziato, prego affinché essi possano esplorare come l’Unicità di Dio sia inestricabilmente legata all’unità della famiglia umana. Sottomettendosi al suo amabile piano della creazione, studiando la legge inscritta nel cosmo ed inserita nel cuore dell’uomo, riflettendo sul misterioso dono dell’autorivelazione di Dio, possano tutti coloro che vi aderiscono continuare a tenere lo sguardo fisso sulla sua bontà assoluta, mai perdendo di vista come essa sia riflessa sul volto degli altri.
CERIMONIA DI CONGEDO DA BETLEMME «I muri non sono per sempre»

Fonte
Cari Amici,
vi ringrazio per la grande gentilezza che mi avete dimostrato in questo giorno che ho trascorso in vostra compagnia, qui nei Territori Palestinesi. Sono grato al Presidente, il Sig. Mahmoud Abbas, per la sua ospitalità e le sue gentili parole. E’ stata una profonda emozione per me ascoltare anche le testimonianze dei residenti che ci hanno parlato delle condizioni di vita qui nella Zona Ovest ed in Gaza. Assicuro tutti voi che vi porto nel mio cuore e bramo di vedere pace e riconciliazione in queste terre tormentate.
È stato davvero uno dei giorni più memorabili, fin da quando sono arrivato a Betlemme questa mattina, ed ho avuto la gioia di celebrare la Messa con una grande moltitudine di fedeli nel luogo dove nacque Gesù Cristo, luce delle nazioni e speranza del mondo. Ho visto la cura prestata ai bambini di oggi nel Caritas Baby Hospital.
Con angoscia, ho visto la situazione dei rifugiati che, come la Santa Famiglia, hanno dovuto abbandonare le loro case. Ed ho visto il muro che si introduce nei vostri territori, separando i vicini e dividendo le famiglie, circondare il vicino campo e nascondere molta parte di Betlemme.Anche se i muri possono essere facilmente costruiti, noi tutti sappiamo che non durano per sempre. Essi possono essere abbattuti. Innanzitutto però è necessario rimuovere i muri che noi costruiamo attorno ai nostri cuori, le barriere che innalziamo contro il nostro prossimo. Ecco perché, nelle mie conclusive parole, voglio fare un rinnovato appello all’apertura e alla generosità di spirito, perché sia posta fine all'intolleranza ed all’esclusione. Non importa quanto intrattabile e profondamente radicato possa apparire un conflitto, ci sono sempre dei motivi per sperare che esso possa essere risolto, che gli sforzi pazienti e perseveranti di quelli che operano per la pace e la riconciliazione, alla fine portino frutto. Il mio vivo augurio per voi, popolo della Palestina, è che ciò accada presto, e che voi finalmente possiate godere la pace, la libertà e la stabilità che vi sono mancate per così tanto tempo.
Vi assicuro che coglierò ogni opportunità per esortare coloro che sono coinvolti nei negoziati di pace a lavorare per una soluzione giusta che rispetti le legittime aspirazioni di entrambi, Israeliani e Palestinesi. Come importante passo in questa direzione, la Santa Sede desidera stabilire presto, in accordo con l'Autorità Palestinese, la Commissione Bilaterale di Lavoro Permanente che è stata delineata nell'Accordo di base, firmato in Vaticano il 15 febbraio 2000 (cfr Accordo di base tra la Santa Sede e l’Organizzazione di Liberazione della Palestina, art. 9). Signor Presidente, cari Amici, ancora una volta vi ringrazio e affido tutti voi alla protezione dell'Onnipotente. Che Dio rivolga il suo sguardo d’amore su ognuno di voi, sulle vostre famiglie e su tutti coloro che vi sono cari. Che egli benedica il popolo Palestinese con la pace
Benedetto XVI: «In Terra Santa c'è posto per tutti!»
L'entusiasmo dei cristiani di Israele e Palestina per la vista del Papa. Il Pontefice, durante la Messa, ricorda le sofferenze di chi ha fede in Cristo in questa zona del pianeta di Mariaelena Finessi
La navetta che porta alla valle di Josafat (il cui nome letteralmente significa “Dio giudicherà”) carica pellegrini venuti a Gerusalemme dalle Filippine, come Gina Macadamia – badante presso una famiglia israeliana – che ha marito e bimba al seguito. Tutti indossano una t-shirt bianca che ricorda questa tappa (12 maggio) del viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa. Prima della salita al Getsemani, l'autobus si ferma e i pellegrini scendono per mettersi in fila al cancello che si apre sull'arena in cui il Pontefice celebrerà, da qui a poco, la Santa Messa.
L'area è la parte più settentrionale della valle del Cedron, un'ampia depressione che separa la collina del Tempio dalle pendici del Monte degli Ulivi. Gli israeliani l'hanno blindata e l'ingresso nella valle è rallentato dai controlli di sicurezza. Un primo check è per stabilire – passaporto alla mano – l'identità, la provenienza e la ragione della propria presenza in questo posto. Dire che si vuole assistere alla Messa del Papa non basta, se non si dimostra di possedere uno dei pochi biglietti di invito (si ipotizza qualche migliaia) che sono stati stampati e resi nominativi. Subito dopo si va al secondo check, dove un altro soldato giovanissimo, capelli rossi e pelle bruciata dal sole, chiede di mostrargli l'invito che analizza con uno speciale apparecchio per verificare se esso sia originale oppure una copia riuscita male. Terza fila, terzo check: si svuotano borse, si fruga nel portafogli, si tastano abiti e scarpe.
Eli Hajjar, 21 anni, partecipa all'offertorio durante la celebrazione eucaristica. In mano porta un piattino di ostie e sulle spalle la kefiah palestinese «perché – dice - non dobbiamo dimenticare le nostre radici, la nostra cultura». Eli, che vive nella città vecchia, due minuti a piedi dal Santo Sepolcro, fa parte dell'Azione cattolica e collabora attivamente alle attività della parrocchia. Ha avuto la kefiah da una ragazza che è riuscita a sfuggire al controllo degli indumenti. Tutti gli altri cristiani palestinesi hanno dovuto accettare invece che il proprio copricapo, di tradizione araba, fosse buttato a terra: con quello, qui, non si entra. Poca cosa, «ciò che importa è avere il Papa tra noi perché abbiamo davvero bisogno di lui, siamo rimasti in pochi e saperlo in questa terra ci rende orgogliosi».
Padre Eugenio Scalco, veneziano ed ex insegnante di teologia, insieme ad altri cinque confratelli cappuccini vive da sei anni a Gerusalemme Ovest, meglio conosciuto come il quartiere ebraico. La loro missione è unica quaggiù: «Abbiamo scelto questa parte della città – racconta – perché vorremmo irradiare Gesù Cristo proprio in ambiente ebraico con il quale c'è, sì, un rapporto di buon vicinato ma in realtà non condividiamo alcuna attività». Quanto alla visita del Papa non ha dubbi: «Ha compiuto un atto di coraggio – dice – di cui i cristiani hanno un estremo bisogno anche perché le ragioni del conflitto non sono mai religiose quanto piuttosto politiche». Echi di applausi lo interrompono. Dall'altare il Pontefice sceglie le parole che scaldano il cuore di questi uomini e queste donne: «Desidero riconoscere le difficoltà – afferma –, la frustrazione, la pena e la sofferenza che tanti tra voi hanno subito in conseguenza dei conflitti che hanno afflitto queste terre, ed anche le amare esperienze dello spostamento che molte delle vostre famiglie hanno conosciuto e, Dio non lo permetta, possono ancora conoscere».
Con il sole che brucia la pelle, padre Francis approfitta di una crema di protezione solare capitatagli tra le mani. Originario del Venezuela, studia a Gerusalemme da due anni presso il Pontificio Istituto Biblico: «Noi cattolici siamo una minoranza qui – spiega –, anche tra gli stessi cristiani. Per noi questa visita è un segno di appartenenza perché è Benedetto XVI il nostro pastore». Alle sue spalle un cartellone, che riproduce un mosaico composto da un frate, dice “Benedetto XVI, eroe del dialogo”. Alla fine, la constatazione di una realtà che non può essere taciuta: la partenza dei cristiani verso altri Paesi, soprattutto europei, tanto che oggi se ne contano circa 400mila su 14 milioni di abitanti (i dati sono del Patriarcato latino di Gerusalemme) mettendo insieme quelli di Giordania e Palestina, con Israele che ne conta appena il 2,8% della popolazione. «Benché ragioni comprensibili portino molti, specialmente giovani, ad emigrare questa decisione reca con sé come conseguenza un grande impoverimento culturale e spirituale della città. Desidero oggi ripetere – dice il Pontefice, non senza esortare le autorità a rispettare e sostenere la presenza cristiana qui – quanto ho detto in altre occasioni: nella Terra Santa c'è posto per tutti!».
Messa sulla piazza della Mangiatoia: «Sia tolto l'embargo a Gaza» Il Papa a Betlemme incontra i palestinesi «Il muro divisorio è sbagliato » «È necess
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BETLEMME (Cisgiordania) - «Prego per le vittime di Gaza, sia tolto l'embargo ma resistete alla tentazione del terrorismo». Benedetto XVI alle 8 (ora italiana) è giunto a Betlemme nel corso della sua visita in Israele e Giordania, e ha subito parlato al cuore dei palestinesi affermando anche che «serve il coraggio di resistere a ogni tentazione che possiate provare di ricorrere ad atti di violenza o di terrorismo: al contrario fate in modo che quanto avete sperimentato rinnovi la vostra determinazione a costruire la pace. Fate in modo che ciò vi riempia di un profondo desiderio di offrire un durevole contributo per il futuro della Palestina, così che essa possa avere il suo giusto posto nello scenario del mondo», ha detto il pontefice ribadendo l'appoggio vaticano a uno Stato palestinese e chiedendo anche alla comunità internazionale di esercitare «la sua influenza a favore di una soluzione», visto che «nessuno s'attende che i popoli Palestinese e Israeliano vi arrivino da soli». «Rinnovo perciò il mio appello - ha scandito il Papa - a tutte le parti coinvolte perchè esercitino la propria influenza in favore di una soluzione giusta e duratura, nel rispetto delle legittime esigenze di tutte le parti e riconoscendo il loro diritto di vivere in pace e con dignità, secondo il diritto internazionale. Allo stesso tempo, tuttavia, gli sforzi diplomatici potranno avere successo soltanto se gli stessi Palestinesi e Israeliani saranno disposti a rompere con il ciclo delle aggressioni».
«I MURI NON DURANO PER SEMPRE» - Il "muro" è il «punto morto a cui sembrano essere giunti i contatti tra Israeliani e Palestinesi» ha poi detto il Papa durante la visita nel pomeriggio a un campo di rifugiati a Betlemme. Benedetto XVI ha usato il termine meno gradito agli israeliani - "muro", appunto - per definire quella che per Israele è una barriera difensiva (’fence’, in inglese) con la Cisgiordania. «In un mondo in cui le frontiere vengono sempre più aperte, al commercio, ai viaggi, alla mobilità della gente, agli scambi culturali, è tragico - ha proseguito Benedetto XVI - vedere che vengono tuttora eretti dei muri». Le critiche del Papa e i suoi auspici sono proseguiti: I «muri si costruiscono facilmente ma non durano per sempre». I muri «possono essere abbattuti» ha detto nella cerimonia in cui si congeda da Betlemme. «Ho visto il muro che si introduce nei vostri territori - ha riferito - separando i vicini e dividendo le famiglie, circondando il vicino campo e nascondendo molta parte di Betlemme».
«IL MIO CUORE È CON LE VITTIME» -Il mio cuore si volge a tutte le famiglie che sono rimaste senza casa», ha detto il Papa. «So quanto avete sofferto a causa delle agitazioni che hanno afflitto questa terra per decine di anni. Prego per le vittime di Gaza e imploro Dio per una pace giusta», ha aggiunto il pontefice rispondendo al presidente palestinese Abu Mazen, che aveva denunciato l'occupazione israeliana. «Così come ogni altro popolo, i palestinesi hanno un naturale diritto a sposarsi, a formarsi una famiglia e avere accesso al lavoro, all’istruzione e all’assistenza sanitaria. Prego anche perché il lavoro di ricostruzione possa procedere rapidamente dovunque case, scuole od ospedali siano stati danneggiati o distrutti, specialmente durante il recente conflitto a Gaza. Supplico tutte le parti coinvolte in questo conflitto di vecchia data ad accantonare qualsiasi rancore e contrasto che ancora si frapponga sulla via della riconciliazione, per arrivare a tutti ugualmente con generosità e compassione, senza discriminazione».
Foglio della Collaborazione Pastorale Di San Giorgio di Nogaro
V DOMENICA DI PASQUA – ANNO A - 3 maggio 2026
Messa del Giorno V DOMENICA DI PASQUA – ANNO A Antifona Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie; agli occhi delle...


