Calendario settimanale 4 maggio 2008

Domenica 4 maggio 2008

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ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A)
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Colore liturgico: Bianco

PRIMA LETTURA (At 1,1-11)
Fu elevato in alto sotto i loro occhi.

Dagli Atti degli Apostoli

Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.
Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».
Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra».
Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».
Parola di Dio

SALMO RESPONSORIALE (Sal 46)
Rit: Ascende il Signore tra canti di gioia.

Popoli tutti, battete le mani!
Acclamate Dio con grida di gioia,
perché terribile è il Signore, l’Altissimo,
grande re su tutta la terra.

Ascende Dio tra le acclamazioni,
il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni,
cantate inni al nostro re, cantate inni.

Perché Dio è re di tutta la terra,
cantate inni con arte.
Dio regna sulle genti,
Dio siede sul suo trono santo.

SECONDA LETTURA (Ef 1,17-23)
Lo fece sedere alla sua destra nei cieli.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni

Fratelli, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore.
Egli la manifestò in Cristo,
quando lo risuscitò dai morti
e lo fece sedere alla sua destra nei cieli,
al di sopra di ogni Principato e Potenza,
al di sopra di ogni Forza e Dominazione
e di ogni nome che viene nominato
non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro.
Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi
e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose:
essa è il corpo di lui,
la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose.
Parola di Dio

Canto al Vangelo (Mt 28,19.20)
Alleluia, alleluia.
Andate e fate discepoli tutti i popoli, dice il Signore.
Ecco, io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo.
Alleluia.

VANGELO (Mt 28,16-20)
A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra.

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
Gesù è asceso al cielo e siede alla destra di Dio, ma ha promesso che anche noi parteciperemo alla sua gloria. Chiediamo al Padre che tenga desta in noi la speranza della salvezza e della vita eterna.
Preghiamo dicendo: Ascoltaci Signore.

1. Perché la Chiesa, corpo visibile di Cristo, annunci con franchezza il Vangelo e sia luogo di carità e di salvezza per gli uomini. Preghiamo.
2. Perché i missionari siano testimoni credibili e appassionati del Vangelo che annunciano, dando così ragione della fede che li anima e che propongono ad ogni uomo. Preghiamo.
3. Perché ogni uomo si senta corresponsabile del progresso e agisca come protagonista nella storia, perseguendo la promozione dei valori della solidarietà, della giustizia e della pace. Preghiamo.
4. Per chi è lontano dalla fede, perché il Signore gli doni la grazia della conversione e dell’incontro con fratelli che siano convinti compagni di viaggio nel cammino della fede. Preghiamo.
5. Per la nostra comunità, perché riconosca la sua appartenenza al corpo di Cristo che è la Chiesa e viva in unità e comunione l’impegno all’edificazione del Regno di Dio. Preghiamo.

Ascolta, o Padre, le nostre preghiere e donaci di essere fedeli ai tuoi comandamenti, perché possiamo giungere a godere la gioia della comunione con te. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

42^ Giornata delle Comunicazioni Sociali: Ascensione 2008

Messaggio di Benedetto XVI
per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali versione testuale
«I mezzi di comunicazione sociale: al bivio tra protagonismo e servizio. Cercare la verità per condividerla»

Cari fratelli e sorelle!

1. Il tema della prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali - “I mezzi di comunicazione sociale: al bivio tra protagonismo e servizio. Cercare la verità per condividerla” – pone in luce quanto importante sia il ruolo di questi strumenti nella vita delle persone e della società. Non c’è infatti ambito dell’esperienza umana, specialmente se consideriamo il vasto fenomeno della globalizzazione, in cui i media non siano diventati parte costitutiva delle relazioni interpersonali e dei processi sociali, economici, politici e religiosi. In proposito, scrivevo nel Messaggio per la Giornata della Pace dello scorso 1° gennaio: “I mezzi della comunicazione sociale, per le potenzialità educative di cui dispongono, hanno una speciale responsabilità nel promuovere il rispetto per la famiglia, nell’illustrarne le attese e i diritti, nel metterne in evidenza la bellezza” (n. 5).

2. Grazie ad una vorticosa evoluzione tecnologica, questi mezzi hanno acquisito potenzialità straordinarie, ponendo nello stesso tempo nuovi ed inediti interrogativi e problemi. È innegabile l’apporto che essi possono dare alla circolazione delle notizie, alla conoscenza dei fatti e alla diffusione del sapere: hanno contribuito, ad esempio, in maniera decisiva all’alfabetizzazione e alla socializzazione, come pure allo sviluppo della democrazia e del dialogo tra i popoli. Senza il loro apporto sarebbe veramente difficile favorire e migliorare la comprensione tra le nazioni, dare respiro universale ai dialoghi di pace, garantire all’uomo il bene primario dell’informazione, assicurando, nel contempo, la libera circolazione del pensiero in ordine soprattutto agli ideali di solidarietà e di giustizia sociale. Sì! I media, nel loro insieme, non sono soltanto mezzi per la diffusione delle idee, ma possono e devono essere anche strumenti al servizio di un mondo più giusto e solidale. Non manca, purtroppo, il rischio che essi si trasformino invece in sistemi volti a sottomettere l’uomo a logiche dettate dagli interessi dominanti del momento. E’ il caso di una comunicazione usata per fini ideologici o per la collocazione di prodotti di consumo mediante una pubblicità ossessiva. Con il pretesto di rappresentare la realtà, di fatto si tende a legittimare e ad imporre modelli distorti di vita personale, familiare o sociale. Inoltre, per favorire gli ascolti, la cosiddetta audience, a volte non si esita a ricorrere alla trasgressione, alla volgarità e alla violenza. Vi è infine la possibilità che, attraverso i media, vengano proposti e sostenuti modelli di sviluppo che aumentano anziché ridurre il divario tecnologico tra i paesi ricchi e quelli poveri.

3. L’umanità si trova oggi di fronte a un bivio. Anche per i media vale quanto ho scritto nell’Enciclica Spe salvi circa l’ambiguità del progresso, che offre inedite possibilità per il bene, ma apre al tempo stesso possibilità abissali di male che prima non esistevano (cfr n. 22). Occorre pertanto chiedersi se sia saggio lasciare che gli strumenti della comunicazione sociale siano asserviti a un protagonismo indiscriminato o finiscano in balia di chi se ne avvale per manipolare le coscienze. Non sarebbe piuttosto doveroso far sì che restino al servizio della persona e del bene comune e favoriscano “la formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore” (ibid.)? La loro straordinaria incidenza nella vita delle persone e della società è un dato largamente riconosciuto, ma va posta oggi in evidenza la svolta, direi anzi la vera e propria mutazione di ruolo, che essi si trovano ad affrontare. Oggi, in modo sempre più marcato, la comunicazione sembra avere talora la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiede. Si costata, ad esempio, che su talune vicende i media non sono utilizzati per un corretto ruolo di informazione, ma per “creare” gli eventi stessi. Questo pericoloso mutamento della loro funzione è avvertito con preoccupazione da molti Pastori. Proprio perché si tratta di realtà che incidono profondamente su tutte le dimensioni della vita umana (morale, intellettuale, religiosa, relazionale, affettiva, culturale), ponendo in gioco il bene della persona, occorre ribadire che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche eticamente praticabile. L’impatto degli strumenti della comunicazione sulla vita dell’uomo contemporaneo pone pertanto questioni non eludibili, che attendono scelte e risposte non più rinviabili.

4. Il ruolo che gli strumenti della comunicazione sociale hanno assunto nella società va ormai considerato parte integrante della questione antropologica, che emerge come sfida cruciale del terzo millennio. In maniera non dissimile da quanto accade sul fronte della vita umana, del matrimonio e della famiglia, e nell’ambito delle grandi questioni contemporanee concernenti la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato, anche nel settore delle comunicazioni sociali sono in gioco dimensioni costitutive dell’uomo e della sua verità. Quando la comunicazione perde gli ancoraggi etici e sfugge al controllo sociale, finisce per non tenere più in conto la centralità e la dignità inviolabile dell’uomo, rischiando di incidere negativamente sulla sua coscienza, sulle sue scelte, e di condizionare in definitiva la libertà e la vita stessa delle persone. Ecco perché è indispensabile che le comunicazioni sociali difendano gelosamente la persona e ne rispettino appieno la dignità. Più di qualcuno pensa che sia oggi necessaria, in questo ambito, un’“info-etica” così come esiste la bio-etica nel campo della medicina e della ricerca scientifica legata alla vita.

5. Occorre evitare che i media diventino il megafono del materialismo economico e del relativismo etico, vere piaghe del nostro tempo. Essi possono e devono invece contribuire a far conoscere la verità sull’uomo, difendendola davanti a coloro che tendono a negarla o a distruggerla. Si può anzi dire che la ricerca e la presentazione della verità sull’uomo costituiscono la vocazione più alta della comunicazione sociale. Utilizzare a questo fine tutti i linguaggi, sempre più belli e raffinati di cui i media dispongono, è un compito esaltante affidato in primo luogo ai responsabili ed agli operatori del settore. E’ un compito che tuttavia, in qualche modo, ci riguarda tutti, perché tutti, nell’epoca della globalizzazione, siamo fruitori e operatori di comunicazioni sociali. I nuovi media, telefonia e internet in particolare, stanno modificando il volto stesso della comunicazione e, forse, è questa un’occasione preziosa per ridisegnarlo, per rendere meglio visibili, come ebbe a dire il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, i lineamenti essenziali e irrinunciabili della verità sulla persona umana (cfr Lett. ap. Il rapido sviluppo, 10).

6. L’uomo ha sete di verità, è alla ricerca della verità; lo dimostrano anche l’attenzione e il successo registrati da tanti prodotti editoriali, programmi o fiction di qualità, in cui la verità, la bellezza e la grandezza della persona, inclusa la sua dimensione religiosa, sono riconosciute e ben rappresentate. Gesù ha detto: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 32). La verità che ci rende liberi è Cristo, perché solo Lui può rispondere pienamente alla sete di vita e di amore che è nel cuore dell’uomo. Chi lo ha incontrato e si appassiona al suo messaggio sperimenta il desiderio incontenibile di condividere e comunicare questa verità: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi – scrive san Giovanni -, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita […], noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta” (1Gv 1, 1-3).

Invochiamo lo Spirito Santo, perché non manchino comunicatori coraggiosi e autentici testimoni della verità che, fedeli alla consegna di Cristo e appassionati del messaggio della fede, “sappiano farsi interpreti delle odierne istanze culturali, impegnandosi a vivere questa epoca della comunicazione non come tempo di alienazione e di smarrimento, ma come tempo prezioso per la ricerca della verità e per lo sviluppo della comunione tra le persone e i popoli” (Giovanni Paolo II, Discorso al Convegno Parabole mediatiche, 9 novembre 2002).

Con questo auspicio a tutti imparto con affetto la mia Benedizione.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2008, Festa di San Francesco di Sales.

BENEDICTUS PP. XVI

Premio Terzani: Malisana secondo Fabrizio Gatti

I ricordi, i legami, la famiglia del giornalista che narra da “infiltrato” le nuove schiavitù

Fabrizio Gatti: vi racconto la magica Malisana e la mia infanzia in Friuli

«Vengo da una famiglia che è andata per il mondo a cercare un lavoro»

La luce di nonno Pietro che dal campanile guidava gli aerei alleati

Il reporter errante nei deserti del mondo




di NICOLA COSSAR

Seduto a scrivere in uno dei tanti deserti del mondo, e dell’anima, lui non si perde, ha la sua bussola. La bussola della memoria degli affetti, del tempo fermo – quasi marqueziano – di un’infanzia felice. Di un’infanzia furlana a Malisana, paese di emigranti. Emigranti come mamma Teresa (a Milano) e zio Mario (in Sudafrica). Ecco, la piccola luce che riscalda e illumina il percorso umano e professionale di Fabrizio Gatti (l’inviato dell’Espresso vincitore del Premio Terzani 2008 per il viaggio nelle nuove schiavitù testimoniato nel suo splendido libro Bilal) viene proprio da questa terra che lui ama (riamato) con l’intensità di sempre.
– Fabrizio, ora ricevi il Premio Terzani proprio in quel Friuli che in qualche modo ti appartiene...
«Non so se mi appartiene il Friuli. Forse non è giusto così, forse appartengo io un po’ al Friuli...».
– Raccontaci un po’...
«Teresa, la mia mamma, è una delle emigranti friulane che nel 1957, in un Friuli post-bellico in grave crisi economica, ridotto quasi alla fame, decisero di partire da Malisana per cercare lavoro in Lombardia. Dalla famiglia era già partito un suo fratello, Mario, per il Sudafrica nel 1954, con la nave Africa da Trieste».
– Laggiù c’è ancora una colonia di gente partita da di Torviscosa...
«Quelli di Torviscosa andarono praticamente tutti a lavorare a Unkomaas, dove era in costruzione un impianto per la produzione di cellulosa, per poi produrre carta. Anzi, era il più importante del Sudafrica e credo lo sia tutt’ora. E così, fra tanti che sono partiti per cercare una prospettiva diversa, c’era anche lo zio Mario, che per me era lo zio: più un mito che una persona, dato che è venuto poche volte in Italia e io l’ho conosciuto soltanto nel 1981».
– Sembra si parli di un altro mondo, vero?
«In realtà, fa parte di una memoria del presente, che l’Italia, e l’Europa stessa, non tiene ben viva. E poi c’è questo aspetto che, secondo me, è bellissimo e che fin da bambino mi stupiva: dentro ogni nostra famiglia c’è un pezzo di storia del mondo, perché in fondo la storia viene fatta dalle persone. Dentro la mia famiglia, per quanto riguarda la parte friulana, ci sono storie di emigrazione che sono storie di grandissimo coraggio. Così, cominciare a viaggiare nella storia della propria famiglia è importante, perché serve a capire meglio chi siamo».
– Tuo zio in Sudafrica, tua madre invece a Milano. Come mai?
«È andata a Milano per i motivi che sono poi il motore del viaggio dall’Africa all’Europa raccontato nel libro per il quale sono stato premiato. Si cerca lavoro per migliorare le proprie condizioni di vita, mentre il luogo è spesso deciso sul passaparola. Nel suo caso, in provincia di Milano era arrivata una conoscente di mia mamma, giovanissima come lei, che del resto aveva 15 anni quand’è partita: le fece sapere che la famiglia di un medico cercava una persona che facesse da cameriera e così mia madre prese contatti, arrivò e cominciò a lavorare a tempo pieno, tantissimo. Poi si sposò e quando arrivai io fui adottato come fossi il nipotino. E li chiamavo nonni e davo loro del lei. Questa di mia madre è stata un’emigrazione fortunata: è arrivata in una famiglia dove ha comunque lavorato sodo e non le è stato regalato nulla, ma allo stesso tempo ha trovato un riferimento anche in caso di bisogno. Ora il medico e sua moglie (che è stata anche mia madrina di battesimo) non ci sono più. Erano legami forti, forse legami di altri tempi».
– Ti ricordi la tua prima venuta in Friuli?
«Io sono nato nel marzo ’66 e credo di essere venuto in Friuli la prima volta nell’agosto ’66, a cinque mesi insomma. Guardando anche le vecchie foto, le prime situazioni che mi ricordo sono all’età di tre anni a Grado Pineta e davanti alla casa del nonno Pietro a Malisana».
– Raccontaci la tua Malisana.
«Era il luogo più bello, quello in cui, quando partivo per Milano alla fine delle vacanze, non vedevo l’ora di tornare. Per vari motivi. Perché in qualche modo era un paese a misura di bambini. Arrivavo da Milano, dalla metropoli, dove non si giocava certo per strada, mentre Malisana dava la possibilità a noi bambini di giocare per strada anche fino alle 11 di di sera, con i genitori che erano tranquilli e sicuri: perché è un paese di gente per bene, ma anche perché era molto piccolo (allora aveva, credo, 800-900 abitanti), senza traffico e molto bello: era proprio a misura di bambino. Questo ha fatto nascere una sorta di sospensione del tempo, per cui tutt’ora, quando torno a Malisana, e purtroppo ci torno molto velocemente, è come se il tempo fosse rimasto sospeso, fermo all’ultima volta che ne ripartii al termine dell’ultima vacanza».
– Un luogo dell’anima, insomma...
«Sì, c’era questa sospensione del tempo. E c’è ancora adesso. Ci sono tornato ai primi di febbraio, dato che ero in Friuli per lavoro. Mi stupisco sempre nel vedere i cambiamenti che ovviamente il territorio ha: qualche casa in più costruita, quel passaggio a livello che finalmente non c’è più (un tempo già passare la ferrovia era un’impresa). Allo stesso tempo, però, la fabbrica rimane uguale. E poi le fontane! Per me Malisana era il paese dell’acqua: l’acqua che sgorga dal sottosuolo e che mi stupiva arrivando io da una città dove l’acqua si pagava e il rubinetto si chiudeva. Il ricordo forte è l’acqua clopa, l’acqua solforosa di Malisana. Ancora adesso, appena arrivo, la prima tappa è andare a bere l’acqua. È come riappropriarsi di quel gusto che ogni estate, quando tornavo, provavo intensamente. E poi rivedere le persone. Qualcuno purtroppo non c’è più, con alcuni compagni di giochi sono rimasto in contatto. E i cugini: i grandi amici erano loro! La famiglia era numerosa, per cui eravamo una bella banda di cugini. Rivedersi ancora adesso e vedersi anche addosso i segni del tempo che passa è comunque un tornare a quell’istante di allora. È come tenere dei punti di riferimento e dire: chissà, magari un giorno ci ritorno con la spensieratezza di allora. Ora avviene tutto di corsa».
– Ma è sempre un bel tornare...
«Sì».
– Quando oggi qualcuno ti dice Malisana, chi ti torna subito in mente?
«Il nonno, Pietro Passaro. Il nonno e la sua riservatezza. Lui era il sacrestano di Malisana e durante la Seconda guerra mondiale – ma questo l’ho scoperto dopo, perché lui mai ne parlava – è stato uno dei punti di riferimento per le forze alleate. Potendo salire sul campanile ( rischiando la pelle ogni volta) per andare a caricare l’orologio, riusciva in qualche modo a rompeva le regole del coprifuoco: accendeva la luce dicendo che altrimenti non sarebbe riuscito a caricare quel benedetto orologio. La luce sul campanile in realtà serviva agli aerei alleati per fare il punto, la posizione. Ma di questo il nonno non ha mai parlato: l’ho saputo da uno zio, lo zio Elvio, l’attuale punto di riferimento di tutta la famiglia e anche della storia locale, per le sue passioni e per la sua cultura. E poi di allora mi ricordo l’odore dello stabilimento chimico, le zanzare e i bambini, gli amici, il fatto di stare fino a tardi sulla strada, le corse in bicicletta, i tuffi nel Corno. La vita continuava nel resto dell’anno: io lasciavo un paese nelle condizioni di vacanza, ma poi durante l’anno Malisana sgobbava forte».
– Quando te ne tornavi a Milano era come se avessi fatto il pieno di belle cose...
«In realtà, me ne tornavo a Milano con una nostalgia struggente, perché fin da piccolo non vedevo l’ora di tornarci. Quindi le prime due settimane a Milano erano di una nostaglia forte, proprio da stare alla finestra e quasi avere la voglia di scappare e tornare indietro. Una nostalgia che non mi ha mai lasciato!».
– Forse perché lì c’è una radice tua?
«Forse sì. Non riconosco in me delle radici, e questo è anche il motivo che mi porta a girare con il lavoro: è una ricerca o una fuga, non lo so. Però Malisana è sicuramente un punto di riferimento, un faro per te che te ne stai, per esempio, in mezzo al deserto del Sahara ma hai la fortuna di aver avuto un punto di riferimento, un luogo tranquillo anche dell’anima come questo: grazie alle persone che lo abitano – parenti e amici –, che sono espressione di una terra, di un luogo che ha dato tantissimo al mondo, ma che sa ancora ricordare e ricambiare l’affetto ricevuto».
– È come quella luce che accendeva tuo nonno...
«Penso proprio di sì. Infatti, quando arrivi lì, lo sguardo va sempre al campanile. Anche perchè la chiesetta sta proprio al centro, nella piazzetta. Ma c’è un altro luogo che ricordo, che si allontana un po’ da Malisana: il Bar Bianco di Torviscosa. Lì si beveva un latte-cacao che era la fine del mondo: credo di averne bevuto ettolitri. E poi un altro zio, Giancarlo, lavorava proprio lì. E poi mi viene in mente il mare vicino, per cui quando con i miei genitori si veniva a Malisana si andava anche a Grado. Questo mi porta a un’altra considerazione sul tempo sospeso. Mi spiego. Quando ero piccolo, i miei viaggiavano sempre di notte, in auto, per evitare il traffico e perchè era più fresco: mi mettevano a dormire, poi alle due di notte mi prendevano, piccolissimo, dal letto e mi mettevano a dormire in macchina. Io mi svegliavo che ero a Malisana, così per me era come se ci fosse una continuità, come se fossi separato dal resto del mondo da una notte di sonno. Per cui era un po’ onirico arrivare a Malisana, perché mi mancava la strada. La prima volta che mi resi conto di quanto Malisana fosse relativamente lontana (370 chilometri da dove abito oggi) fu quando, a un ritorno, mi svegliai in auto mentre eravamo bloccati in autostrada: tra Malisana e la nostra vita del resto dell’anno non c’era una notte di sonno e di sogni, ma anche un percorso abbastanza faticoso».
– Malisana il perno e il faro. Da lì, poi, hai conosciuto anche il resto del Friuli, vero?
«Certo. Ho cominciato con i miei a girare. Grado come tappa turistica, però si dedicavano anche giornate a visitare l’interno, Udine, le colline. Ricordo il castello di Colloredo di Montalbano, dove tra l’altro c’era un enorme caprone: quando ero piccolo, un giorno ci andai con una maglietta rossa e quello mi caricò. Avevo cinque anni e per me questa cosa era enorme! E poi il terremoto. Il ’76 è stato un anno di angoscia tremenda. Ricordo che la sera del 6 maggio eravamo in casa a guardare un film di Mel Brooks, Il mistero delle 12 sedie, in bianco e nero. Cominciò a dondolare il lampadario. Eravamo a Milano, in provincia, eppure la scossa fu sentita anche qua. Finita la trasmissione, il telegiornale disse che c’era stato questo terremoto in Friuli. C’erano notizie di morti ma non si sapeva ancora null’altro. Non avevamo il telefono in casa, così andammo da una zia vicina: provammo a chiamare, ma non c’erano linee. La Bassa era stata per fortuna risparmiata dalla distruzione, però la zia Laura, la moglie di Giancarlo, mentre scappava con un’altra persona fu sfiorata dal camino caduto dal tetto. Quell’estate andammo comunque in vacanza dagli zii:loro non si arrendevano assolutamente e noi stessi non volevamo arrenderci a una forza della natura. Il nonno c’era ancora e lui aveva raccontato, anni prima, di un altro terremoto, avvenuto negli anni Trenta: il suo racconto fu la mia prima conoscenza del terremoto. Non ho avuto lutti né conoscenti coinvolti, però i miei cugini mi parlavano di compagni di scuola o di università che non c’erano più: questo mi spiegava quanto sia sottile il filo che lega alla vita. Ma c’era e c’è anche il grande orgoglio nel vedere la rinascita. Io non mi sento né friulano né lombardo e mi sento anche poco italiano girando così tanto il mondo, però sento sempre l’orgoglio di dire che comunque sono cresciuto in Friuli e che ho avuto questa fortuna. E ho provato orgoglio nel vedere come il Friuli sia rinato, come abbia avuto questa grande forza, dando un insegnamento che ancora adesso sarebbe utile ricordare, perché ritengo che l’Italia sia un Paese che vive a libertà condizionata: in Italia c’è una setta segreta armata che si chiama Camorra, ’Ndrangheta, Mafia. Tornando al Friuli, questa terra ha dimostrato come una società limpida, pulita e onesta soltanto con la propria forza sappia poi rimettersi in piedi. Non è poco con la distruzione e con il migliaio di morti che aveva avuto».
– Adesso il Friuli è crocevia, allora era l’ultima stazione...
«Sì, è vero, era proprio l’ultima stazione. Di allora mi rimane sempre questa sorta di mistero sospeso perché era la terra della guerra fredda, dove l’aeroporto di Ronchi non poteva avere tanti voli civili perché quella parte dello spazio aereo era militare».
– La terra dei silenzi.
«Certo. La terra dei silenzi, delle zone cui non si poteva accedere, delle colonne di carri armati. E poi anche la curiosità di andare in Jugoslavia. Ci siamo stati qualche volta in gita partendo da Malisana. Nel ’70, avevo 4 anni, andammo a visitare le grotte di Postumia e poi a fare un picnic in montagna. Mio padre, non sapendo leggere le indicazioni in serbo-croato, ci portò in una zona militare! Arrivarono immediatamente dei soldati di cui non comprendevamo nulla e loro non comprendevano niente di quanto dicevamo. Prima in malomodo, poi gentilmente, ci invitarono a raccogliere coperte e vettovaglie e ad andarcene al più presto!».
– Il tuo viaggio fa tappa adesso a Udine per il Premio Terzani. Come vivi la vigilia?
«So che stanno preparando una grande manifestazione. Penso che quella sera sarò molto emozionato e commosso, perchè il mio viaggio, quello che racconto anche nel libro, parte in realtà da Malisana: parte in qualche modo dall’esperienza di mio zio e di mia madre, della mia famiglia e degli altri che ho conosciuto e che sono emigrati. Percorrere la rotta dell’emigrazione attuale per me è stato un po’ come andare alla ricerca delle sorgenti del Nilo per rivivere quelle emozioni che mia madre Teresa nel 1957 può aver vissuto arrivando a 15 anni da sola in stazione centrale a Milano, o quelle di mio zio Mario salendo sulla motonave Africa nel 1954. Questa storia familiare mi ha aiutato nel mio lavoro di giornalista che va a cercare storie da raccontare agli altri. Mi ha aiutato a rivivere storie ed emozioni. Le rivivrò, con un po’ di timore, anche la sera del 17 maggio a Udine per la cerimonia del premio».

Da Mondonauticablog.com riceviamo un articolo sportivo su San Giorgio di Nogaro

A Selene dell’udinese Massimo De Campo l’Adriatic Trophy, campionato italiano dell’Adriatico


Selene, dell’udinese Massimo De Campo, è lo scafo campione italiano di vela 2008 per l’area adriatica. Questa barca, un Dehler 44, ha infatti vinto la trentaquattresima edizione della Regata dei Due Golfi, un evento nato per far competere tra loro i velisti dei Golfi di Trieste e di Venezia, organizzato dallo Yacht Club Lignano e svoltosi lo scorso fine settimana nelle acque antistanti Lignano Sabbiadoro (Ud).

Si trattava della più importante manifestazione eolica dell’Alto Adriatico che si tiene in primavera, e costituisce un appuntamento ormai radicato nel calendario degli impegni dei velisti nostrani. Infatti, la partecipazione alla regata è stata numerosa e qualificata, tanto che per le tre giornate le banchine dei Marina, Punta Faro, di Lignano, e Sant’Andrea, di San Giorgio di Nogaro (Ud), sono state animate da curiosi, sportivi, e appassionati.

E mentre una delle barche favorite, il Solaris OD 36 Magic (nella foto), del cantiere Se.Ri.Gi. di Aquileia (Ud), che ha dominato nella prima parte della stagione agonistica in corso i campionati velici di Caorle (Ve), la Thienot Cup, del Tirreno (Gr), la 4.edizione del Costa degli Etruschi, e le Regate del Conero (Ba), ha dovuto rinunciare al successo perché privo dello skipper Davide Bivi, impegnato in altre competizioni, la banchina del Marina Punta Faro ha ospitato la prima uscita adriatica del nuovo Solaris One 48.

Una barca da crociera veloce d’altura, creata dallo stesso cantiere aquileiese di Rinaldo Puntin. La regata di Lignano è stata determinata dalle condizioni meteorologiche. Infatti, l’atteso miglioramento del clima ha portato via anche il vento. Così, delle sei prove previste per la Regata dei Due Golfi, se ne sono potute disputare soltanto tre. Una al giorno. La prima, vinta da Selene, secondo Shaula III dell’anconetano Carlo Mancini, terzo Athiris & C. , del monfalconese Sergio Taccheo, si è svolta con tempo variabile, e vento leggero di sette nodi d’intensità, arrivato nel primo pomeriggio ad animare i velisti. Anche nella seconda, che ha visto il successo di Più Brava, del trevigiano Maurizio Benetello, seguito dall’austriaca Ono, di Helmut Bohem, e da Vainè III, del ravennate Francesco Montanari, ha preso il via nel pomeriggio, sotto il sole, con una brezza di dieci nodi.

La terza, la prova decisiva, andata ancora a Selene, davanti a Dieci X dieci, dell’udinese Sandro Fabbro, e a Morgan, del barese Nicola De Gemmis, è stata sospinta, in una giornata soleggiata, dalla brezza di dieci/dodici nodi. Così, mentre Selene ha dominato le classi 1-2 del raggruppamento Regata-Crociera, al secondo posto si è piazzato Athiris; terzo Shaula III; quarto Più Brava; quinto X di Margherita, del sangiorgino Vittorio Margherita. La vittoria nelle classi 3-4 dello stesso raggruppamento, per imbarcazioni di minori dimensioni, è andata a Dieci X dieci, davanti a Morgan, Valentina, di Mauro Tinti di Cervia, Obelix, di Marco Pesarin, di San Giorgio di Nogaro, Black Angel, di Paolo Striuli, di Marghera.

Ricuart di Pre Toni

DOMENICA UNA MESSA A VENZONE
La lezione di pre Antoni Beline
Ricordo del sacerdote scomparso un anno fa a Basagliapenta

Domenica 27 aprile, alle 18, nel duomo di Venzone, pre Bellina sarà ricordato a un anno dalla morte con la celebrazione di una S. Messa, preceduta da testimonianze. Pierantonio Bellina era nato a Venzone nel 1941. Sacerdote, scrittore e intellettuale autonomista, è stato uno dei protagonisti di «Glesie furlane», ha tradotto la Bibbia in marilenghe, pubblicato una cinquantina di libri, diretto il mensile «La Patrie dal Friûl». È stato l’autore di una seguitissima rubrica sulle pagine della Vita Cattolica, «Cirint lis olmis di Diu».

Ventimila donatori di sangue a Udine

Arriveranno da tutta Italia per il 47° Congresso nazionale Fidas

UDINE (24 aprile, ore 16.30) - Dalle 15 alle 20 mila persone, provenienti da tutta Italia, sfileranno domenica 27 aprile con labari e striscioni per ricordare l’importanza di donare il sangue. Sarà Udine, per la prima volta, ad accogliere la grande famiglia dei donatori, in Friuli per il 47° Congresso nazionale della Federazione italiana associazioni donatori di sangue, Fidas, che si chiude nel pomeriggio del 26 aprile al centro Hypobank di Tavagnacco.

L’incontro avviene nel cinquantesimo anno di fondazione dell’Afds. Se i lavori rappresentano un momento di confronto significativo tra i delegati, riuniti in gruppi di lavoro, per capire in che direzione sta andando il dono del sangue, il momento clou sarà la sfilata di domenica.

Nella Giornata nazionale del donatore di sangue, il raduno è fissato in via Aquileia, alle 8.30 del mattino. Il corteo attraverserà il centro cittadino per arrivare in piazza I° Maggio, dove si svolgerà la cerimonia conclusiva e, alle 11.30, l’Arcivescovo di Udine, mons. Pietro Brollo, celebrerà la S. Messa, accompagnata dal coro della cattedrale.

Al corteo parteciperanno la Fanfara della Julia, che aprirà la sfilata, le bande della Val di Gorto, di Isola Vicentina, dei donatori di sangue di Villesse, di Reana del Rojale, Passons e Fiumicello. Si esibirà anche un complesso bandistico formato per l’occasione dai donatori di diverse località del Friuli, diretto da Nicola Carlesso dell’Afds. Presenti anche gruppi folkloristici provenienti da varie regioni italiane; il Friuli sarà rappresentato dai danzerini di Resia e di Buja, dai Tamburini della Collina, dal gruppo «Sot la Nape» di Villa Santina.


Fonte: Web Diocesi

Domenica 27 aprile 2008

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VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
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Colore liturgico: Bianco

Colletta

O Dio, che ci hai redenti nel Cristo tuo Figlio
messo a morte per i nostri peccati
e risuscitato alla vita immortale,
confermaci con il tuo Spirito di verità,
perché nella gioia che viene da te,
siamo pronti a rispondere
a chiunque ci domandi ragione
della speranza che è in noi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...

PRIMA LETTURA (At 8,5-8.14-17)
Imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.

Dagli Atti degli Apostoli

In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città.
Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samarìa aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.
Parola di Dio

SALMO RESPONSORIALE (Sal 65)
Rit: Acclamate Dio, voi tutti della terra.

Acclamate Dio, voi tutti della terra,
cantate la gloria del suo nome,
dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!

A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio,
terribile nel suo agire sugli uomini.

Egli cambiò il mare in terraferma;
passarono a piedi il fiume:
per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno.

Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,
e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio,
che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia.

SECONDA LETTURA (1Pt 3,15-18)
Messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo

Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.
Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo.
Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.
Parola di Dio

Canto al Vangelo (Gv 14,23)
Alleluia, alleluia.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore,
e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui.
Alleluia.

VANGELO (Gv 14,15-21)
Pregherò il Padre e vi darà un altro Paràclito.

+ Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
Eleviamo al Padre le nostre preghiere, chiedendogli il dono dello Spirito, perché animati dalla sua forza possiamo essere cristiani fedeli e coerenti.
Preghiamo dicendo: Ascoltaci Signore.

1. Perché la Chiesa sappia annunciare al mondo il Vangelo di Gesù Cristo con parole convincenti, ma soprattutto con la carità verso tutti. Preghiamo.
2. Perché il Papa e i Vescovi siano sostenuti nel loro ministero magisteriale dallo Spirito Santo e sappiano guidare il popolo di Dio sulle vie del Signore. Preghiamo.
3. Perché coloro che occupano posti di responsabilità sappiano impegnarsi con decisione per la promozione della dignità umana. Preghiamo.
4. Perché i cristiani si amino con l’amore di Cristo, perdonandosi a vicenda e cercando sempre la comunione fraterna e l’unità dei cuori. Preghiamo.
5. Perché sappiamo riconoscere, nella nostra comunità, la presenza dello Spirito che anima la Storia e la guida secondo i piani di Dio. Preghiamo.

Ascolta, o Padre, le nostre preghiere e donaci il dono del Consolatore, perché in ogni situazione della vita sappiamo rendere ragione della speranza che è in noi. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore.

200° post: domani 24 aprile il bearzi compie 70 anni

Bearzi, l'intuizione di mons. Biasutti versione testuale
A setttant'anni dalla nascita, la storia dell'istituto salesiano

UDINE, 23 aprile (ore 13.30) - La nascita del Bearzi è frutto della passione per la carità di mons. Guglielmo Biasutti (nella foto), sacerdote che seppe affiancare l’opera di studioso di storia e teologia con il dono di sé ai poveri.

L’intuizione gli venne dopo aver celebrato nel 1932 la Messa del povero della San Vincenzo. Decise allora di affittare un magazzino in via Pola per farne un dormitorio per gli sbandati della città. Nacque così la piccola casa Federico Ozanam. Seguì l’acquisto di un terreno in via Planis dove trasferì la casa Ozanam, e poi, grazie all’aiuto della vedova Bearzi, della tenuta Mangilli, dove ristrutturò il primo edificio, «villa Maria», per i suoi sbandati (molti ex carcerati). Nel 1937 arrivarono i primi 4 ragazzi di strada: nessuno osò respingerli. Iniziò così il binomio Bearzi-giovani. Il 28 ottobre 1938 ci fu l’inaugurazione del «Rifugio G. Bearzi». I ragazzi erano 50, tutti poveri.

Don Biasutti sentiva di non poter farcela a gestire tutto. Inoltre, dopo la pubblicazione del suo scritto contro il razzismo («Ebrei e Cattolici in Italia») il regime fascista aveva iniziato una campagna contro di lui. Per questo affidò l’opera ai Salesiani, che arrivarono nel 1939.
Iniziarono subito i laboratori dei falegnami e dei calzolai. Nel 1958 i giovani ospitati erano 210; nello stesso anno fu inaugurato il nuovo padiglione Clotilde Cavazzini per meccanici e saldatori.

Nel 1961 fu inaugurata la nuova chiesa che sostituiva la precedente fatta erigere da mons. Biasutti e dedicata a «Gesù Carità», mentre nel 1963 fu avviata la Scuola Media Unificata. Nel 1964 fu inaugurato il Laboratorio elettromeccanici. Nel 1969 prese avvio il Centro Orientamento professionale.

Del 1977 è l’istituzione della parrocchia di San Giovanni Bosco, mentre nel 1983 iniziò l’attività dell’Oratorio, con la prima edizione dell’Estate Ragazzi. Importante il 1988, anno del centenario della morte di don Bosco, in cui venne organizzata la manifestazione «Città Giovani» con spettacoli, conferenze, ecc. e la partecipazione di Madre Teresa di Calcutta.

Nel 1995 prese avvio la «Casa Famiglia». Infine le ultime novità: nel 2001 l’apertura della Scuola elementare, nel 2007 dell’Istituto tecnico informatico.

San Giorgio Di Nogaro e il porto sono coinvolti

22 aprile 2008

mariotti e san giorgio

alleati a genova nel superpolo navale

Genova. I marchi rimarranno separati, ma l’obiettivo sarà comune: fare di Genova il principale polo navalmeccanico del Mediterraneo. Dopo 80 anni di storia e di concorrenza (talvolta «molto aspra», come hanno ammesso ieri gli stessi protagonisti), Mariotti Spa (nella foto i cantieri) e San Giorgio del Porto Spa si uniscono e danno vita alla holding “Genova Industrie Navali”. Trecento dipendenti diretti e 1.200 occupati nell’indotto, il polo cantieristico che nascerà dalla partnership fra Mariotti (leader mondiale nella costruzione di navi da crociera superlusso) e San Giorgio (uno dei principali player internazionali nel settore delle riparazioni e trasformazioni navali) si estenderà a Genova su una superficie di circa 53.000 metri quadri, di cui 15.000 al coperto. A questi spazi si aggiungeranno altri 50.000 metri quadri e 200 metri di banchine realizzati a San Giorgio di Nogaro, in provincia di Udine, da Cimar costruzioni navali (società partecipata al 50% da Cimolai Spa e al 50% da Mariotti Spa).

L’operazione è stata presentata nella sede genovese di Confindustria. «Le trattative sono durate un anno - ha svelato Marco Bisagno, presidente di Mariotti e degli industriali genovesi - e non esiterei a definire l’accordo storico. Tanto per iniziare abbiamo deciso di mantenere i due marchi che, proprio quest’anno, compiono 80 anni. Per la holding, invece, la proprietà sarà unica». Attirare investimenti su Genova, fornire un servizio ancora più completo, incrementare l’occupazione: questi gli obiettivi. «Vogliamo essere ottimisti - ha detto Bisagno - perché c’è motivo di esserlo. San Giorgio è un player internazionale nel settore delle riparazioni navali, con importanti clienti in tutto il mondo, dall’America all’Africa. Mariotti, invece, costruisce navi da crociera di lusso e mega-yacht. Sono due aziende di medie dimensioni, con una storia importante e clienti di primissimo ordine».

L’operazione, ha sottolineato Bisagno, ha prima di tutto un significato politico. «È una risposta a chi, in questi anni, ha dipinto Genova come la città dei litigi. A Genova litighiamo quando c’è motivo per farlo: per il resto, siamo abituati alla concretezza». «Il bagaglio tecnico e di know-how che c’è in questa città non esiste da nessun’altra parte - ha aggiunto Bisagno - Basta chiederlo agli armatori. Da questo punto di vista, Genova Industrie Navali si presenta come una solida struttura da combattimento. Certo: il momento non è dei migliori, c’è una crisi mondiale che colpisce tutti. Ma siamo certi che Genova, per le costruzioni e riparazioni navali, può continuare a guardarsi intorno a testa alta». Anche se con un po’ di preoccupazione: «Continua a mancare la famosa sesta vasca, il bacino destinato ad accogliere le navi più grandi» ha spiegato Ferdinando Garrè, numero uno di San Giorgio . Un handicap che Bisagno ha definito «impressionante»: «Ne parliamo da dieci anni, ma dalle istituzioni non è mai arrivato un segnale positivo. Ora speriamo che Luigi Merlo, il cui programma è molto ambizioso, non ci deluda. Senza quell’opera, non potremo mai essere un porto leader». «Coinvolgere nuovi partner nell’iniziativa? Non escludiamo nulla, a patto che si tratti di aziende che condividano il nostro spirito e la nostra strategia».



Fonte: http://shippingonline.ilsecoloxix.it/

Foglio della Collaborazione Pastorale Di San Giorgio di Nogaro

Vatican news 25 maggio 2026

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