Prima Parte

Celeste Gerusalemme
di Alessandro Speciale – foto di Diego Zanetti

Accolto con poco entusiasmo e vari timori, Benedetto XVI alla fine ha conquistato i cristiani di Terra Santa con un viaggio calibrato dal punto di vista pastorale e attento agli equilibri interreligiosi più che a quelli diplomatici. Gli unici poco soddisfatti sono i politici israeliani, che dalla visita volevano trarre legittimazione.


Fonte

Pochi giorni prima del suo arrivo ad Amman, alla scontata domanda sulle prospettive del viaggio di papa Benedetto XVI in Terra Santa, un prete del Patriarcato latino di Gerusalemme con una lunga esperienza alle spalle rispondeva: «Il Papa dovrà camminare in mezzo alla pioggia senza bagnarsi». E aggiungeva: «Come se non bastasse, il Santo Padre ha scelto di venire senza portarsi un ombrello». Il paragone rendeva bene l’immagine della difficile opera di equilibrismo che aspettava il Pontefice in Terra Santa, di fronte alle attese incrociate e contraddittorie di cristiani, ebrei e musulmani, palestinesi e israeliani, cattolici, ortodossi e melchiti. C’era chi temeva che Papa Ratzinger dicesse troppo, scatenando una crisi internazionale in una regione che – oggi più che mai – è ancora una volta sul punto di scoppiare; e c’era chi temeva che, costretto dalle esigenze di una diplomatica prudenza, il Papa finisse invece per dire poco o niente, soprattutto nei confronti di una comunità cristiana provata dagli ultimi anni di violenze, blocco economico ed emigrazione.

La spianata della moschea di Al Aqsa.
La spianata della moschea di Al Aqsa.

Alla fine di un tour de force durato otto giorni e 29 discorsi, che hanno portato il corteo papale dall’8 al 15 maggio in Giordania, Israele e Territori palestinesi, chiedo allo stesso sacerdote – che preferisce non vedere divulgato il suo nome – se, alla fine, Papa Ratzinger sia tornato a casa asciutto oppure zuppo: «I cristiani di Palestina hanno sentito di avere dietro di sé una Chiesa veramente universale, e ne sono fieri», mi risponde – anche lui – con malcelato orgoglio. «Anche i giovani che prima del viaggio erano contrari e non volevano questa visita, lo hanno seguito in Tv minuto per minuto e hanno fatto a gara per accaparrarsi i biglietti delle messe pubbliche».

Non è un segreto per nessuno che la gran parte dei cristiani d’Israele e Palestina fosse, in origine, tutt’altro che entusiasta dell’arrivo del Pontefice. Temevano che il tutto si risolvesse in una grande "operazione di immagine" dello Stato israeliano, ansioso di scrollarsi di dosso l’onta della guerra a Gaza, oppure che i riflettori sarebbero stati puntati, ancora una volta, soltanto sulla visita alla Cupola della Roccia e sul dialogo interreligioso con i musulmani, ancora segnato dal discorso di Ratisbona, o ancora che i recenti incidenti tra Santa Sede e comunità ebraica internazionale – dal processo di beatificazione di papa Pio XII al "caso Williamson" – monopolizzassero l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale; temevano, insomma, che in mezzo alle molteplici e conflittuali agende che avrebbero segnato la visita del Papa la comunità cristiana sarebbe stata schiacciata fino quasi a scomparire.

Religiose raccolte in preghiera nella cripta della chiesa della Natività, a Betlemme.
Religiose raccolte in preghiera nella cripta della chiesa
della Natività, a Betlemme.

Alla vigilia erano in molti a credere che le cose sarebbero andate proprio così. Per la piccola comunità dei cristiani di Terra Santa – 150 mila i cattolici dei diversi riti, 300 mila al massimo quelli di tutte le confessioni, in larghissima maggioranza arabi –, in mezzo a una regione instabile e a stragrande maggioranza musulmana, l’importanza della visita del Pontefice è stata quindi soprattutto quella di non sentirsi "soli", "abbandonati". Negli ultimi anni, soprattutto a partire dalla seconda Intifada e dall’assedio israeliano della Basilica della Natività di Betlemme del 2002, si è continuato a ripetere che c’era il rischio concreto che questa presenza cristiana scomparisse. Un rischio così grave, si diceva nelle dichiarazioni della vigilia, da giustificare la scelta del Papa di partire pur in un momento in cui, a ogni livello, da quello dei rapporti Israele-Santa Sede a quello geopolitico, tutto sembrava sconsigliare il viaggio. Il Papa, spiegava il nunzio vaticano in Israele, monsignor Antonio Franco, vuole venire come «pellegrino di pace» proprio per confortare i cristiani della Terra Santa.

Cristiani che, però, non ne vogliono sapere di vedersi ridotti al ruolo di "minoranza" da proteggere, di terzo incomodo tra le grandi forze che si scontrano nella regione: come racconta padre Raed Abusahlia, ex-segretario del patriarca latino di Gerusalemme Michel Sabbah, «in arabo, la parola "minoranza" ha la stessa radice di "deboli" e "perseguitati" e qui, se non ve ne siete accorti, vive gente coraggiosa». Un concetto ribadito anche dal portavoce della Chiesa cattolica in Giordania, padre Rifat Bader: «I cristiani, anche se in minoranza per numero, sono molto rispettati e non hanno alcun complesso di inferiorità. Non viviamo come una condanna il fatto di essere cristiani nel mondo arabo. Anzi, è il nostro destino e il nostro orgoglio».

Una veduta del Muro del Pianto.
Una veduta del Muro del Pianto.

Ad accogliere il Pontefice nella primissima tappa del suo viaggio dopo la cerimonia di benvenuto all’aeroporto di Amman, c’era l’ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme per la Giordania, monsignor Salim Sayegh, che ha scelto di aspettare Papa Ratzinger sulla soglia della chiesa del centro per disabili Our Lady Queen of Peace avvolto in un’enorme bandiera giordana: un segno, anche questo, dell’orgoglio nazionale della piccola comunità cattolica del Paese, che si sente parte integrante della vita e della storia di questo Paese. È un punto sottolineato anche dal principe Ghazi, l’ideatore della Lettera dei 138 che, ricevendo il Papa nella moschea di Stato Al-Hussein Bin Talal, ricorda, forse con una sottilissima punta di ironia, che i cristiani di Giordania combatterono fianco a fianco con le prime armate musulmane, ancora ai tempi di Maometto, per scacciare i bizantini oltre il Giordano. Un episodio che ha dato il nome tradizionale di «Rinforzi» a una importante tribù cristiana del Paese, da cui discende la famiglia dello stesso attuale patriarca di Gerusalemme, monsignor Fouad Twal, giordano di nascita.

L’orgoglio di essere parte di questo Paese è palpabile tra i cristiani. La comunità, 250 mila persone, rappresenta il 3% della popolazione del Paese, e di questi circa 80 mila sono i cattolici. Malgrado la ridotta consistenza numerica, padre Bader ci tiene a sottolineare che i cristiani sono regolarmente presenti nel Governo in proporzione molto maggiore alla loro consistenza numerica e che persino il braccio politico dei Fratelli Musulmani, l’Islamic Action Front, ha aperto loro le sue porte. Ci sono, secondo quanto stabilito dalla Costituzione, nove cristiani tra i 110 membri del Parlamento giordano. Nel corso dei suoi tre giorni nel Paese arabo, Papa Ratzinger ripete più volte l’ammirazione per questa nazione araba e in gran parte musulmana che sa essere «modello» di convivenza tra cristiani e musulmani e «avanguardia» di un islam capace di coniugare tradizione e modernità, resistendo ai fanatismi. La famiglia reale giordana, le cui origini risalgono fino a Maometto stesso, ricambia accogliendo il Pontefice con tutti gli onori, e organizzando per lui un bagno di folla nello stadio di Amman.

Benedetto XVI celebra la Messa nella valle di Josafat, di fronte al Monte degli Ulivi.
Benedetto XVI celebra la Messa nella valle di Josafat, di fronte
al Monte degli Ulivi
(foto O. Balilty/AP).

La Giordania offre anche a Papa Ratzinger l’occasione per guardare, al di là del confine, alla grande tragedia irachena. Non a caso, la comunità cristiana giordana è cresciuta negli ultimi anni grazie all’arrivo di un gran numero di profughi dall’Iraq. In una parrocchia della zona occidentale di Amman, il numero dei fedeli è praticamente raddoppiato. Tra di loro, però, accanto alla delusione per non aver avuto la possibilità di un incontro con il Pontefice c’è la gioia per le parole che il papa dedica nella moschea alla situazione del travagliato Paese. «Ho chiesto più volte per loro un incontro con il Papa, perché potessero spiegare la situazione e raccontare la loro storia», racconta padre Khalil Jaar, parroco della chiesa di Notre Dame di Nazaret. «Ma anche se ci sono stati mugugni per il rifiuto, tutti hanno voluto i biglietti per la Messa allo stadio».

Pure l’attesa dei cristiani di Gerusalemme è stata nel segno del chiaroscuro: nei giorni che avevano preceduto l’arrivo del Pontefice, serpeggiava il malumore per l’ennesimo sgarbo delle autorità israeliane. A spiegare la situazione era il parroco della Città Santa, padre Ibrahim Faltas, uno che le critiche al Governo di Tel Aviv non le ha mai risparmiate. «Diversamente dagli arabi israeliani della Galilea, nel nord, che hanno passaporto israeliano, e da quelli della Cisgiordania, che ne hanno uno palestinese, quelli di Gerusalemme est, che vivono nel limbo legale di un Governo israeliano de facto mai riconosciuto dal resto del mondo, non hanno nessun passaporto, ma soltanto una carta d’identità da "residenti permanenti". Il problema è che da circa tre mesi, non si sa bene perché, questi permessi non vengono rinnovati».

Alcune religiose davanti all'ingresso della chiesa del Santo Sepolcro.
Alcune religiose davanti all’ingresso della chiesa del Santo Sepolcro.

Dal Comune hanno immediatamente rassicurato che si trattava solo di un disguido burocratico, per disinnescare subito il rischio di proteste che potessero far andare storta l’accoglienza al Pontefice. Ma il piccolo episodio è utile per capire la condizione di perenne instabilità in cui vivono i cristiani di Gerusalemme, circondati dalla progressiva, strisciante normalizzazione israeliana della città. Il cahier de doleances dei cristiani della Città Santa è lungo: ci sono le coppie in cui un coniuge è di Gerusalemme e l’altro della Cisgiordania e per cui ogni spostamento è praticamente impossibile, ci sono le demolizioni di case "per motivi di sicurezza" che minacciano 13 famiglie cristiane, ci sono gli affitti troppo alti che stanno lentamente ma inesorabilmente scacciando i cristiani dalla Città Vecchia, ci sono intere zone minacciate di smantellamento perché costruite abusivamente. «Ma ottenere i permessi», rispondono gli abitanti, «è praticamente impossibile». Padre Faltas snocciola qualche dato: «Dal 2000 al 2005 solo nella mia parrocchia sono emigrate 3 mila persone». Parlando con i proprietari dei negozi di souvenir del quartiere latino, le conclusioni sono drastiche: «Fanno tutto per renderci la vita impossibile».

Nel "bigliettino" che il Papa infila in una fessura del Muro del Pianto, Gerusalemme è chiamata «città della pace». Quasi un paradosso quando, quello stesso giorno, il Pontefice aveva sentito prima il Gran Muftì di Gerusalemme che, accogliendolo sulla Spianata delle Moschee e accompagnandolo nella Cupola della Roccia da cui, secondo la tradizione, Maometto prese il volo verso il cielo, gli chiedeva un impegno contro «l’aggressione» di Israele; poi, qualche ora più tardi, il rabbino capo Shlomo Amar gli fa la richiesta di dire al mondo che Israele appartiene agli ebrei, mentre il ministro del Turismo ripete che Gerusalemme è la sua «capitale eterna».

Un pastore beduino conduce il suo gregge assetato attraverso il deserto di Gerico.
Un pastore beduino conduce il suo gregge assetato
attraverso il deserto di Gerico.

Il Papa è venuto in mezzo a tutte queste paure, a questi rancori, a queste ferite incancrenite. Nella Messa celebrata nella Valle di Josafat, davanti alla basilica del Getsemani e al Monte degli Ulivi, dice: «a Gerusalemme non dovrebbe esserci posto» per «la chiusura, la discriminazione, la violenza e l’ingiustizia» e «i credenti in un Dio di misericordia – si qualifichino essi ebrei, cristiani o musulmani – devono essere i primi a promuovere questa cultura della riconciliazione e della pace, per quanto lento possa essere il processo e gravoso il peso dei ricordi passati». L’appello sembra quasi raccolto dalle bandiere di Israele e della Palestina, portate da alcuni dei 6 mila fedeli, che sventolano l’una accanto e non contro l’altra.

Pochi chilometri più in là, oltre il muro di separazione, ci sono i Territori palestinesi. Il fitto programma papale dedicava alla Palestina soltanto un giorno, il 13 maggio, da passare a Betlemme, tra la Messa nella piazza della Mangiatoia, di fronte alla basilica della Natività, e la visita al campo profughi di Aida, proprio all’ombra del Muro. Un tempo ristretto, ma da quelle dieci ore i cristiani palestinesi non avevano nascosto di voler trarre il massimo vantaggio simbolico: l’occasione per aprire gli occhi del miliardo di cattolici del mondo sulle umiliazioni inferte dall’occupazione, dal «muro di separazione», dai suoi checkpoint e dagli interminabili controlli di sicurezza.

Preghiere al Santo Sepolcro.
Preghiere al Santo Sepolcro.

La Messa a Betlemme, così, è l’occasione per i cristiani di Palestina, per cui l’ingresso in Israele e a Gerusalemme è praticamente impossibile, di venire a incontrare Papa Ratzinger. Per alcuni, anzi, è la prima occasione di uscire "nel mondo" dopo oltre un anno: sono i 48 cristiani di Gaza che, alla fine, dopo un’interminabile trattativa con il Governo israeliano, hanno ottenuto i permessi per partecipare alla celebrazione. I loro nomi sono stati scelti dal Governo in maniera apparentemente casuale dalla lista dei 250 cattolici della Striscia preparata dal parroco, don Julio Hernandez. Tra loro ci sono anche alcuni ortodossi. Ma la confessione, in questo caso, non fa differenza. Molti hanno sfruttato il permesso "papale" per andare a trovare amici a parenti e per fare incetta di quei beni che a Gaza, con l’embargo israeliano, sono introvabili: un’occasione che si ripresenterà chissà quando.

«Siamo pochi e senza diritti, ma è una benedizione che un piccolo gruppo sia qui e possa testimoniare cosa significa stare davanti al Santo Padre», racconta il parroco, nato in Argentina 33 anni fa, che da pochi mesi ha sostituito il palestinese padre Manuel Musallam. Può far strano immaginare un prete straniero nell’ambiente così particolare della parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza. Eppure, racconta, gli basta fare quattro tiri al pallone con i ragazzi per sentirsi a casa, accettato da tutti.

Il chiostro della chiesa francescana di Santa Caterina a Betlemme.
Il chiostro della chiesa francescana di Santa Caterina a Betlemme.

Nelle poche ore che passa nei Territori, e malgrado l’evidente stanchezza che lo rende impacciato nei movimenti, nello stringere le mani dei bambini che lo vengono a salutare nel campo profughi di Aida, Papa Ratzinger riesce a trovare le parole giuste per ridare speranza, per far sentire – anche qui – meno "soli" i cristiani. Tocca, in termini inaspettatamente limpidi, tutti i temi che stanno a cuore ai palestinesi: dall’affermazione esplicita che «la Santa Sede appoggia il diritto del popolo a una sovrana patria palestinese nella terra dei vostri antenati, sicura e in pace con i suoi vicini, entro confini internazionalmente riconosciuti», all’appello per la fine dell’embargo israeliano a Gaza, dal sostegno alle «famiglie divise a causa di imprigionamento di membri della famiglia o di restrizioni alla libertà di movimento» fino alla condanna del «tragico» muro israeliano e all’affermazione che «benché i muri si possano con facilità costruire, noi tutti sappiamo che essi non durano per sempre. Possono essere abbattuti».

È proprio sotto il muro che si consuma il momento più intenso emotivamente dell’intera visita. I profughi del campo di Aida preferiscono non parlare, ma affidare alle immagini il loro messaggio, centrato su un simbolo, la "chiave del ritorno", che sta a significare la volontà dei palestinesi di tornare nelle case perse nel 1948 e che ritorna continuamente nella "scenografia" allestita per la visita pontificia, nelle danze eseguite davanti a Ratzinger, nel ciondolo che gli viene donato. Il Papa incontra brevemente una delle 13 famiglie cristiane del campo. E mentre saluta dalla papamobile che si allontana costeggiando il muro, è ancora padre Faltas a parlare di un «popolo palestinese conquistato dal Papa» e di un Pontefice «amico dei rifugiati».

Una veduta di Gerusalemme: in primo piano, la cupola della chiesa della Flagellazione.
Una veduta di Gerusalemme: in primo piano,
la cupola della chiesa della Flagellazione.

Paradossalmente, la tappa alla fine meno "riuscita" del viaggio è quella israeliana, sulla quale, agli inizi, si era concentrata maggiormente l’attenzione, quella che aveva fatto storcere il naso di molti cristiani, che rimproveravano un’agenda troppo schiacciata sulle esigenze di Tel Aviv. Ben consapevole del momento complesso che attraversano i rapporti tra cattolicesimo ed ebraismo, Papa Ratzinger affronta i nodi più difficili da subito, non appena atterrato all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. «Sfortunatamente», dice, «l’antisemitismo continua a sollevare la sua ripugnante testa in molte parti del mondo. Questo è totalmente inaccettabile». Il momento più simbolico, più atteso, più carico di significati è la visita al memoriale dell’Olocausto Yad Vashem. Lì il papa offre ai suoi ascoltatori una evocativa riflessione sul valore dei «nomi» e sull’impossibilità, per gli uomini, di cancellarli agli occhi di Dio. Parole in cui si riconosce inconfondibile l’impronta e lo stile personale del Pontefice, in cui Ratzinger ha voluto veramente mettere qualcosa di sé – ma che tuttavia, sono suonate «tiepide», «astratte» e troppo intellettuali agli israeliani, che avrebbero preferito se non una esplicita e completa richiesta di scuse, almeno un’assunzione di responsabilità del Papa tedesco.

Alessandro Speciale

Il Papa durante la Messa a Nazaret.
Il Papa durante la Messa a Nazaret
(foto T. Todras-Whitehill/
AP).


L'interno del monastero di Mar Saba.
L’interno del monastero di Mar Saba.

Oggi: Santi Carlo Lwanga e 12 compagni Martiri


FONTE


Fece un certo scalpore, nel 1920, la beatificazione da parte di Papa Benedetto XV di ventidue martiri di origine ugandese, forse perché allora, sicuramente più di ora, la gloria degli altari era legata a determinati canoni di razza, lingua e cultura. In effetti, si trattava dei primi sub-sahariani (dell’”Africa nera”, tanto per intenderci) ad essere riconosciuti martiri e, in quanto tali, venerati dalla Chiesa cattolica.
La loro vicenda terrena si svolge sotto il regno di Mwanga, un giovane re che, pur avendo frequentato la scuola dei missionari (i cosiddetti “Padri Bianchi” del Cardinal Lavigerie) non è riuscito ad imparare né a leggere né a scrivere perché “testardo, indocile e incapace di concentrazione”. Certi suoi atteggiamenti fanno dubitare che sia nel pieno possesso delle sue facoltà mentali ed inoltre, da mercanti bianchi venuti dal nord, ha imparato quanto di peggio questi abitualmente facevano: fumare hascisc, bere alcool in gran quantità e abbandonarsi a pratiche omosessuali. Per queste ultime, si costruisce un fornitissimo harem costituito da paggi, servi e figli dei nobili della sua corte.
Sostenuto all’inizio del suo regno dai cristiani (cattolici e anglicani) che fanno insieme a lui fronte comune contro la tirannia del re musulmano Kalema, ben presto re Mwanga vede nel cristianesimo il maggior pericolo per le tradizioni tribali ed il maggior ostacolo per le sue dissolutezze. A sobillarlo contro i cristiani sono soprattutto gli stregoni e i feticisti, che vedono compromesso il loro ruolo ed il loro potere e così, nel 1885, ha inizio un’accesa persecuzione, la cui prima illustre vittima è il vescovo anglicano Hannington, ma che annovera almeno altri 200 giovani uccisi per la fede.
Il 15 novembre 1885 Mwanga fa decapitare il maestro dei paggi e prefetto della sala reale. La sua colpa maggiore? Essere cattolico e per di più catechista, aver rimproverato al re l’uccisione del vescovo anglicano e aver difeso a più riprese i giovani paggi dalle “avances” sessuali del re. Giuseppe Mkasa Balikuddembè apparteneva al clan Kayozi ed ha appena 25 anni.
Viene sostituito nel prestigioso incarico da Carlo Lwanga, del clan Ngabi, sul quale si concentrano subito le attenzioni morbose del re. Anche Lwanga, però, ha il “difetto” di essere cattolico; per di più, in quel periodo burrascoso in cui i missionari sono messi al bando, assume una funzione di “leader” e sostiene la fede dei neoconvertiti.
Il 25 maggio 1886 viene condannato a morte insieme ad un gruppo di cristiani e quattro catecumeni, che nella notte riesce a battezzare segretamente; il più giovane, Kizito, del clan Mmamba, ha appena 14 anni. Il 26 maggio vemgono uccisi Andrea Kaggwa, capo dei suonatori del re e suo familiare, che si era dimostrato particolarmente generoso e coraggioso durante un’epidemia, e Dionigi Ssebuggwawo.
Si dispone il trasferimento degli altri da Munyonyo, dove c’era il palazzo reale in cui erano stati condannati, a Namugongo, luogo delle esecuzioni capitali: una “via crucis” di 27 miglia, percorsa in otto giorni, tra le pressioni dei parenti che li spingono ad abiurare la fede e le violenze dei soldati. Qualcuno viene ucciso lungo la strada: il 26 maggio viene trafitto da un colpo di lancia Ponziano Ngondwe, del clan Nnyonyi Nnyange, paggio reale, che aveva ricevuto il battesimo mentre già infuriava la persecuzione e per questo era stato immediatamente arrestato; il paggio reale Atanasio Bazzekuketta, del clan Nkima, viene martirizzato il 27 maggio.
Alcune ore dopo cade trafitto dalle lance dei soldati il servo del re Gonzaga Gonga del clan Mpologoma, seguito poco dopo da Mattia Mulumba del clan Lugane, elevato al rango di “giudice”, cinquantenne, da appena tre anni convertito al cattolicesimo.
Il 31 maggio viene inchiodato ad un albero con le lance dei soldati e quindi impiccato Noè Mawaggali, un altro servo del re, del clan Ngabi.
Il 3 giugno, sulla collina di Namugongo, vengono arsi vivi 31 cristiani: oltre ad alcuni anglicani, il gruppo di tredici cattolici che fa capo a Carlo Lwanga, il quale aveva promesso al giovanissimo Kizito: “Io ti prenderò per mano, se dobbiamo morire per Gesù moriremo insieme, mano nella mano”. Il gruppo di questi martiri è costituito inoltre da: Luca Baanabakintu, Gyaviira Musoke e Mbaga Tuzinde, tutti del clan Mmamba; Giacomo Buuzabalyawo, figlio del tessitore reale e appartenente al clan Ngeye; Ambrogio Kibuuka, del clan Lugane e Anatolio Kiriggwajjo, guardiano delle mandrie del re; dal cameriere del re, Mukasa Kiriwawanvu e dal guardiano delle mandrie del re, Adolofo Mukasa Ludico, del clan Ba’Toro; dal sarto reale Mugagga Lubowa, del clan Ngo, da Achilleo Kiwanuka (clan Lugave) e da Bruno Sserunkuuma (clan Ndiga).
Chi assiste all’esecuzione è impressionato dal sentirli pregare fino alla fine, senza un gemito. E’ un martirio che non spegne la fede in Uganda, anzi diventa seme di tantissime conversioni, come profeticamente aveva intuito Bruno Sserunkuuma poco prima di subire il martirio “Una fonte che ha molte sorgenti non si inaridirà mai; quando noi non ci saremo più altri verranno dopo di noi”.
La serie dei martiri cattolici elevati alla gloria degli altari si chiude il 27 gennaio 1887 con l’uccisione del servitore del re, Giovanni Maria Musei, che spontaneamente confessò la sua fede davanti al primo ministro di re Mwanga e per questo motivo venne immediatamente decapitato.
Carlo Lwanga con i suoi 21 giovani compagni è stato canonizzato da Paolo VI nel 1964 e sul luogo del suo martirio oggi è stato edificato un magnifico santuario; a poca distanza, un altro santuario protestante ricorda i cristiani dell’altra confessione, martirizzati insieme a Carlo Lwanga. Da ricordare che insieme ai cristiani furono martirizzati anche alcuni musulmani: gli uni e gli altri avevano riconosciuto e testimoniato con il sangue che “Katonda” (cioè il Dio supremo dei loro antenati) era lo stesso Dio al quale si riferiscono sia la Bibbia che il Corano.


Autore: Gianpiero Pettiti


A Gerusalemme, iniziativa di preghiera per l'unità dei cristiani e la pace nel mondo

◊ Un giorno e un luogo quanto mai significativo per una iniziativa di preghiera fuori dal comune, e dall’intenzione particolare: sabato scorso, vigilia di Pentecoste, nella chiesa siro ortodossa di San Marco, nel cuore della città vecchia di Gerusalemme, si è tenuto il primo di una serie di incontri di preghiera straordinaria, di tutte le Chiese, per la riconciliazione e la pace. Presenti rappresentanti delle diverse confessioni cristiane e fedeli locali, che per un’ora hanno invocato la pace e la comunione per la Città Santa e per il mondo. Il servizio di Sara Fornari:

“Cominciare da Gerusalemme”, è l’ispirazione che muove questa iniziativa, che secondo l’auspicio dei promotori dovrebbe tenersi una volta al mese, nella Città Santa, in una diversa chiesa ospitante, per favorire appunto l’unità nel Corpo Mistico di Cristo. L’iniziativa - promossa da Catholica Unio, organizzazione della Santa Sede per il dialogo tra la Chiesa d’oriente e quella d’occidente – è stata trasmessa con traduzione dalle emittenti televisive cattoliche (Telepace, Telechiara, Canção Nova e l’araba Telelumiere) per consentire al maggior numero di cristiani nel mondo di essere in comunione di preghiera con la Chiesa di Terra Santa e con la ricchezza delle sue comunità cristiane. Guidata dal vicario patriarcale siro ortodosso per Gerusalemme e la Giordania, l’arcivescovo Mar Swerios Malki Murad, la preghiera si è svolta nell’antichissimo dialetto aramaico (lingua conservata soltanto da questa piccola minoranza cristiana), e con preghiere in arabo ed inglese.


Suggestivi gli inni ed i segni che hanno caratterizzato questa ora di preghiera, propri della liturgia di questa antichissima Chiesa. Essa, secondo la tradizione dei siriani ortodossi, sarebbe la casa del discepolo Marco e il luogo dell’effusione dello Spirito Santo. Un luogo significativo per questa iniziativa di unità e riconciliazione anche perché qui, tra soltanto una settimana i siriani celebreranno in modo solenne la loro Pentecoste, ma anche per il particolare legame di comunione che sussiste tra la Chiesa cattolica e questa antica comunità orientale: nelle due visite a Roma nel 1975 e nel 1985, il Patriarca siro ortodosso ha infatti stretto con la Santa Sede un accordo che riguarda, in particolare, il conferimento dei sette Sacramenti.

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Calendario settimanale 31 maggio 2009

Commento alla parola domenica 31 maggio 2009

PENTECOSTE: lo Spirito apre cuori e frontiere


La Pentecoste cristiana celebra il dono dello Spirito, “che è Signore e dà la vita”. Inizialmente, la festa ebraica di Pentecoste - sette settimane, ossia 50 giorni dopo la Pasqua- era la festa della mietitura del frumento. Ad essa si unì, più tardi, il ricordo della promulgazione della Legge sul Sinai. Da festa agricola, la Pentecoste è divenuta progressivamente una festa storica: un memoriale delle grandi alleanze di Dio con il suo popolo. È da sottolineare la nuova prospettiva riguardo alla Legge e al modo di intendere e vivere l’alleanza. La Legge era un dono del quale Israele andava orgoglioso, ma era una tappa transitoria, insufficiente.

Era necessario progredire in un cammino di interiorizzazione della Legge, cammino che raggiunge il culmine nel dono dello Spirito Santo, che ci è dato, come nuova fonte normativa, come vero e definitivo principio di vita nuova. Intorno alla Legge, Israele si costruì come popolo. Nella nuova famiglia di Dio, la coesione non viene più da un comando esterno, per quanto eccellente sia, ma dal di dentro, dal cuore, in forza dell’amore che lo Spirito ci dàperché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo”. Grazie a Lui “siamo figli di Dio” e gridiamo: “Abbà, Padre!”. Siamo il popolo della nuova alleanza, chiamato a vivere una vita nuova, in forza dello Spirito che fa di noi la famiglia di Dio, con dignità di figli ed eredi.

A tale dignità deve corrispondere uno stile di vita coerente. Paolo nella seconda lettura di questa festa, descrive con parole concrete due stili di vita differenti e opposti, a seconda della scelta di ciascuno: le opere della carne o i frutti dello Spirito. Per quelli che sono di Cristo Gesù e vivono dello Spirito, il programma è uno solo: “camminiamo secondo lo Spirito”.

Lo Spirito fa camminare le persone e i gruppi umani e cristiani, rinnovandoli e trasformandoli dal di dentro. Lo Spirito apre i cuori, li purifica, li sana, li riconcilia, fa superare le frontiere, porta alla comunione. È Spirito di unità (di fede e di amore) nella pluralità di carismi e di culture, come si vede nell’evento di Pentecoste, raccontataci dagli Atti degli Apostoli, nel quale si coniugano bene insieme l’unità e la pluralità, ambedue doni dello stesso Spirito. Popoli diversi intendono un unico linguaggio comune a tutti. S. Paolo attribuisce allo Spirito la capacità di rendere la Chiesa una e molteplice nella pluralità di carismi, ministeri e operazioni. La Chiesa ha sempre davanti a sé la sfida di essere cattolica e missionaria; di passare da Babele a Pentecoste.

Lo Spirito Santo è certamente il frutto più bello della Pasqua nella morte e risurrezione di Gesù: Egli Lo alita sui discepoli. È lo Spirito del perdono dei peccati e lo Spirito della missione universale. Anzi è il protagonista della missione, affidata da Gesù agli apostoli e ai loro successori. Lo Spirito è sempre all’opera: nell’azione missionaria semplice e nascosta di ogni giorno, come pure nei momenti più solenni, al fine di “rinnovare l’evento della Pentecoste nelle Chiese particolari”, in vista di un più fermo impegno nella nuova evangelizzazione e nella missione.

Per tale missione lo Spirito ci viene dato come guida “alla verità tutta intera” e come Consolatore. Strettamente legata all’opera creativa e purificatrice dello Spirito, c’è anche la Sua capacità di sanare e guarire. L’azione risanatrice raggiunge a volte anche il corpo, ma molto più spesso tocca lo spirito umano, sanandone le ferite interiori ed effondendo il balsamo della riconciliazione e della pace.


Lo Spirito Santo dona di comprendere. Supera la rottura iniziata a Babele - la confusione dei cuori, che ci mette gli uni contro gli altri - e apre le frontiere. Il popolo di Dio che aveva trovato al Sinai la sua prima configurazione, viene ora ampliato fino a non conoscere più alcuna frontiera. Il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, è un popolo che proviene da tutti i popoli. La Chiesa fin dall’inizio è cattolica, questa è la sua essenza più profonda... Vento e fuoco dello Spirito Santo devono senza sosta aprire quelle frontiere che noi uomini continuiamo ad innalzare fra di noi; dobbiamo sempre di nuovo passare da Babele, dalla chiusura in noi stessi, a Pentecoste. (Benedetto XVI°)




Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in noi quello stesso fuoco

che ardeva nel cuore di Gesù, mentre egli parlava del regno di Dio.

Fa’ che questo fuoco si comunichi a noi,

così come si comunicò ai discepoli di Emmaus.

Tu solo, Spirito Santo, puoi accenderlo e

a te rivolgiamo la nostra debolezza,

la nostra povertà, il nostro cuore spento,

perché tu lo riaccenda del calore della santità della vita.

Donaci, Spirito santo, di comprendere

il mistero della vita di Gesù.

Te lo chiediamo per intercessione di Maria, madre di Gesù,

che conosce Gesù con la perfezione e la pienezza della madre e con la perfezione e la pienezza di colei che é piena di grazia. (Card. Carlo Maria Martini)


Don Livio impegnato!!!(v. avvisi)

Incontro residenziale dei presbiteri a Piani di Luzza



Clicca sulla foto per ingrandirla ! Incontro residenziale dei presbiteri a Piani di Luzza «Il presbitero vive e celebra la festa». Questo il tema dell’incontro residenziale dei presbiteri dell’Arcidiocesi, in programma dal 3 al 5 giugno a Piani di Luzza. Un’occasione per condividere, in un clima di fraternità sacerdotale, esperienze e testimonianze con momenti di preghiera, assemblea e tavole rotonde. Previsti gli interventi del prof. Andrea Grillo, docente di Teologia liturgica al Pontificio ateneo sant’Anselmo di Roma e all’Istituto di Liturgia pastorale di santa Giustina a Padova, e di tre presbiteri della Diocesi che presenteranno le loro esperienze e proposte pastorali per il tempo della festa e la liturgia.

Domenica 31 maggio 2008


PARROCCHIA S. GIORGIO M.

Foglio per i lettori

DOMENICA DI PENTECOSTE - MESSA DEL GIORNO (ANNO B)


PRIMA LETTURA (At 2,1-11)
Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare.

Dagli Atti degli Apostoli

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».
Parola di Dio

SALMO RESPONSORIALE (Sal 103)
Rit: Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.

Benedici il Signore, anima mia!
Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature. Rit.

Togli loro il respiro: muoiono,
e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra. Rit.

Sia per sempre la gloria del Signore;
gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto,
io gioirò nel Signore. Rit.

SECONDA LETTURA (Gal 5,16-25)
Il frutto dello Spirito.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati

Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste.
Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge. Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge.
Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito.
Parola di Dio

SEQUENZA
Vieni, Santo Spirito,
manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce.

Vieni, padre dei poveri,
vieni, datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.

Consolatore perfetto,
ospite dolce dell'anima,
dolcissimo sollievo.

Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto, conforto.

O luce beatissima,
invadi nell'intimo
il cuore dei tuoi fedeli.

Senza la tua forza,
nulla è nell'uomo,
nulla senza colpa.

Lava ciò che è sórdido,
bagna ciò che è árido,
sana ciò che sánguina.

Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
drizza ciò che è sviato.

Dona ai tuoi fedeli,
che solo in te confidano
i tuoi santi doni.

Dona virtù e premio,
dona morte santa,
dona gioia eterna.

Canto al Vangelo
Alleluia, alleluia.
Vieni, Santo Spirito,
riempi i cuori dei tuoi fedeli
e accendi in essi il fuoco del tuo amore.
Alleluia.

VANGELO (Gv 15,26-27; 16,12-15)
Lo Spirito di verità vi guiderà alla verità tutta intera.

+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».
Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
Apriamo il nostro cuore ad accogliere il dono dello Spirito, che suscita in noi la preghiera e ci spinge ad essere attenti alle necessità e alle sofferenze di tutti gli uomini del mondo.
Preghiamo insieme e diciamo: Vieni, Spirito Santo.

1. Spirito Santo, fuoco, luce, calore, vieni in noi con forza e potenza, perché sappiamo diffondere a tutti il messaggio di salvezza di Gesù. Per questo ti preghiamo
2. Spirito del Padre, che ci rivesti del suo splendore, rendici capaci di amare tutti, anche i nemici, per essere nel mondo segno della sua bontà. Per questo ti preghiamo
3. Spirito del Figlio, che in Gesù ti sei manifestato pienamente, rendi anche noi obbedienti al Padre e fa che ci accogliamo gli uni gli altri da veri fratelli. Per questo ti preghiamo
4. Spirito di verità, che ci sveli i segreti dell'amore divino, plasma il nostro cuore, perché impariamo a lasciarci guidare docilmente dalla tua voce e ci orientiamo verso autentiche scelte di bene. Per questo ti preghiamo
5. Spirito Consolatore, tu che unisci i fedeli in un solo corpo, donaci unità perfetta e continua, perché siamo in Cristo un corpo solo e un'anima sola. Per questo ti preghiamo
6. Spirito d'amore, luce benevola del Padre, fa che chi soffre si abbandoni con fiducia alla tua azione consolatrice, per trovare in te conforto e speranza. Per questo ti preghiamo

7. Spirito del Cristo risorto, caparra di eternità, concedi i nostri fratelli Sinigaglia Renzo e Paravano Michielan Rosa, che questa settimana ci hanno lasciato, la tua pace. Per questo ti preghiamo

Esaudisci, o Signore, le nostre preghiere e, per la potenza del tuo Santo Spirito, trasforma i nostri desideri nel compimento della tua volontà. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

ACLI informa sulle badanti irregolari

COMUNICATO STAMPA

Le conseguenze del reato di immigrazione “clandestinità”

DDL SICUREZZA: L'ALLARME DELLE FAMIGLIE PER LE “BADANTI” IRREGOLARI

La denuncia delle Acli Colf: «Le famiglie ci chiamano, non sanno cosa fare. Le lavoratrici hanno paura». Decine di migliaia aspettano risposta dall’ultimo decreto flussi. Il presidente delle Acli Olivero: «Accogliere le domande di assunzione già presentate nel 2007 e procedere a nuove regolarizzazioni»

Roma, 22 maggio 2009 – C’è allarme e preoccupazione tra le famiglie italiane che si avvalgono dell’assistenza di “badanti” irregolari per le conseguenze del pacchetto sicurezza approvato dalla Camera la settima scorsa, con l’introduzione del reato di “clandestinità”. Lo denunciano con forza le Colf delle Acli riunite a Roma per la loro XVII Assemblea nazionale. 160 delegate da tutta Italia, il 40% immigrate.

«Continuiamo a ricevere ogni giorno segnalazioni e telefonate allarmate» dice Pina Brustolin, responsabile nazionale delle Acli Colf, l’organizzazione professionale delle Acli che dal 1945 organizza le lavoratrici domestiche. «Le famiglie non sanno cosa fare, temono per le conseguenze. Le lavoratrici straniere ovviamente hanno paura, sono preoccupate». «Queste donne – aggiunge – rappresentano oggi l’unica speranza per molte famiglie italiane rispetto alla cura dei bambini e l’assistenza di anziani e non autosufficienti».

In Italia si contano 600mila lavoratori domestici registrati all’Inps, in gran parte donne straniere. Ma le stime che comprendono le colf e le “badanti” irregolari arrivano a calcolarne fino al doppio. L’ultimo decreto flussi ne ha previsto l’ingresso per poco più di 100mila, in aggiunta ai 90mila del decreto precedente del 2007, quando al Ministero arrivarono 420.366 domande per lo svolgimento di attività domestiche e di cura sul totale di 740.813 istanze presentate.

Sono dunque decine di migliaia le famiglie che hanno inoltrato richieste per nulla osta all'ingresso di lavoratore straniero già nel 2007, che in buona parte hanno già in casa la persona, ma ancora non hanno ricevuto risposta. «Queste famiglie – spiega Brustolin - si sentono tra l'incudine e il martello: da un lato la necessità di avere in casa la persona a sostegno delle loro difficoltà, dall'altra la paura e il rischio di avere in casa una lavoratrice che se controllata dalle Forze dell'ordine rischia di essere denunciata ed espulsa, mentre la famiglia potrebbe incorrere nel reato di favoreggiamento ospitandola in casa».

Già in base alla Legge Bossi-Fini il datore di lavoro che occupa alle proprie dipendenze lavoratori stranieri privi del permesso di soggiorno rischia l'arresto da tre mesi a un anno e l'ammenda di 5.000 euro per ogni lavoratore impiegato (art.22, comma 12). Quando il pacchetto sicurezza diverrà legge ci sarà l’aggravante del favoreggiamento per il reato di “clandestinità”. Per il lavoratore straniero è prevista l’espulsione e l’ammenda da 5mila a 10mila euro.

Il presidente nazionale delle Acli Andrea Olivero, intervenendo all’assemblea delle Colf, chiede al governo «parole rassicuranti per queste famiglie e queste lavoratrici» e propone una via d’uscita: «Accogliere tutte quelle domande “non strumentali” di nulla osta per lavoratore straniero inoltrate dalle famiglie con il decreto flussi 2007, facendo evitare a quanti sono già qui e lavorano nelle nostre case il rientro nel proprio Paese per prendere il visto. Lo Sportello Unico Immigrazione della Prefettura si potrebbe riservare il diritto di fare eventuali e ulteriori indagini presso le Rappresentanze Diplomatiche italiane sulle reali situazioni delle persone "regolarizzate".

C’è poi il problema di tutte quelle famiglie che non avendo potuto usufruire del decreto flussi 2007 – l’ultima scadenza valida era il 30 maggio 2008, e il successivo Decreto Flussi 2008 non ha aperto a ulteriori richieste - hanno dovuto nel frattempo trovare risposte alle loro esigenze di assistenza nel mercato del “sommerso”, tra le lavoratrici irregolarmente presenti sul territorio. «Un azione di sostegno per queste famiglie – dice Olivero – e di giustizia per queste donne lavoratrici non può che essere quella di procedere a nuove regolarizzazioni».

Radiovaticana: Giornata di preghiera per la Chiesa in Cina

Sul sito vaticano il Compendio della Lettera del Papa ai cattolici cinesi

◊ Tutti i cattolici del mondo sono chiamati oggi a elevare la loro preghiera per la Chiesa in Cina. Una Giornata speciale di preghiera proposta due anni fa da Benedetto XVI nella Lettera alla Chiesa cattolica nella Repubblica Popolare Cinese. Un Compendio della Lettera, in cinese e inglese, è disponibile da oggi nel sito web ufficiale della Santa Sede. La data del 24 maggio per la Giornata di preghiera è stata indicata dallo stesso Pontefice perché è quella della memoria liturgica della Beata Vergine Maria Aiuto dei Cristiani, particolarmente venerata nel Santuario mariano di Sheshan, a Shanghai. Il servizio di Sergio Centofanti.

Il Papa invita tutti i fedeli a volgere uno sguardo pieno di affetto verso i cattolici in Cina, a pregare perché abbiano da Dio “il dono della perseveranza nella testimonianza” certi che le sofferenze saranno premiate, “anche se talvolta tutto possa sembrare un triste fallimento”. Nella sua Lettera Benedetto XVI esprime la sua intensa gioia per la fedeltà dei cattolici cinesi a Cristo e alla Chiesa, “a volte anche a prezzo di gravi sofferenze”. Una testimonianza di fedeltà, ribadisce, offerta “in circostanze veramente difficili”. Ai fedeli chiede comprensione e perdono quando è necessario. Li invita a un dialogo “rispettoso e costruttivo” con il governo a cui lancia un forte appello a garantire “un’autentica libertà religiosa”. “Lo sappia la Cina - afferma il Papa - la Chiesa cattolica ha il vivo proposito di offrire … un umile e disinteressato servizio, in ciò che le compete, per il bene dei cattolici cinesi e per quello di tutti gli abitanti del Paese”. Poi di fronte alla “situazione di forti contrasti che vede coinvolti fedeli laici e pastori” cinesi, ricorda che per l’unità della Chiesa ogni vescovo deve essere in comunione con gli altri vescovi e tutti, a loro volta, in comunione visibile e concreta con il Papa. L’Associazione Patriottica – afferma - è un organismo voluto dallo Stato, estraneo allo struttura della Chiesa, con la pretesa di porsi sopra i vescovi stessi e di guidare la comunità ecclesiale. Le sue dichiarate finalità di attuare i principi d’indipendenza e autonomia della Chiesa sono dunque inconciliabili con la dottrina cattolica. Ribadisce quindi che la nomina dei vescovi spetta al Papa, auspicando il raggiungimento di un accordo con il governo. Infine invita i fedeli cinesi a vivere intensamente la propria vocazione missionaria proclamando con coraggio il Vangelo. In questi giorni migliaia di cattolici cinesi si stanno recando al Santuario mariano di Sheshan. Benedetto XVI ha scritto una preghiera per Nostra Signora di Sheshan chiedendole di donare ai fedeli di questa terra “la capacità di discernere in ogni situazione, fosse pur la più buia, i segni della presenza amorosa di Dio”. “Nostra Signora di Sheshan – è la preghiera del Papa - sostieni l’impegno di quanti in Cina, tra le quotidiane fatiche, continuano a credere, a sperare, ad amare, affinché mai temano di parlare di Gesù al mondo e del mondo a Gesù”.

Per tutti i volontari!


Venerdì 29 maggio ore 21.00

presso lo stand di Villa Dora.

Il comitato organizzatore incontra tutti i volontari che hanno operato per la mostra e le altre attività in occasione delle Feste dell’Addolorata per dirci scambievolmente grazie e per un momento di sobria convivialità



Nuovi Cristiani nel Giorno dell'Ascensione del Signore


Quest’oggi hanno ricevuto il Battesimo

Zanini Cristian, Dalpasso Alessandro, Ellero Lucrezia, Savio Giulia Victoria.Tartaro Alessandro,

Grop Mathias Gregory

Foglio della Collaborazione Pastorale Di San Giorgio di Nogaro

V DOMENICA DI PASQUA – ANNO A - 3 maggio 2026

  Messa del Giorno V DOMENICA DI PASQUA – ANNO A Antifona Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie; agli occhi delle...