Parte della liturgia di oggi:...la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo.

PRIMA LETTURA (2Cor 1,1-7)
Dio ci consola affinché possiamo anche noi consolare quelli che sono nell’afflizione.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Timoteo, alla chiesa di Dio che è in Corinto e a tutti i santi dell’intera Acaia: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo.
Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consóla in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio.
Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione, la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo.
La nostra speranza nei vostri riguardi è ben salda, convinti che come siete partecipi delle sofferenze così lo siete anche della consolazione.

Parola di Dio

Gruppo Assistenza Volontaria Ospedalizzati (GAVO)

Una Associazione di Volontariato.

Gruppo Assistenza Volontaria Ospedalizzati (GAVO)

Opera dal 1984 presso l’Ospedale civile di Palmanova. Svolge mansioni prive di contenuto tecnico, ma ugualmente necessarie e utili: offerta di compagnia e sostegno psicologico, aiuto per i bisogni elementari (movimento, alimentazione, …). I volontari mettono a disposizione alcune ore del loro tempo libero a favore di altre persone che necessitano del loro aiuto. Queste sono alcune espressioni dette dai volontari: “Da questi incontri ricavo tanta pace e dolcezza”, “Ho dato così poco, ma ho ricevuto moltissimo”. L’associazione, dopo l’iniziale buona riposta, ora si trova in difficoltà per la mancanza di persone. Ora il GAVO lancia un appello alle persone che desiderano collaborare mantenendo in vita questo servizio alla persona. Chi è interessato può telefonare presso la segreteria del GAVO (0432 923130) presso l’Ospedale a Jalmicco che è aperta tutti i giovedì dalle ore 9.00 alle ore 11.00.

Calendario settimanale 7 giugno 2009

Domenica 7 giugno 2009


PARROCCHIA SAN GIORGIO M.

FOGLIO PER I LETTORI

SANTISSIMA TRINITA' (ANNO B)


PRIMA LETTURA (Dt 4,32-34.39-40)
Il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro.

Dal libro del Deuteronòmio

Mosè parlò al popolo dicendo:
«Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità all’altra dei cieli, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?
O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore, vostro Dio, in Egitto, sotto i tuoi occhi?
Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n’è altro.
Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti do, perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà per sempre».
Parola di Dio

SALMO RESPONSORIALE (Sal 32)
Rit: Beato il popolo scelto dal Signore.

Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra. Rit.

Dalla parola del Signore furono fatti i cieli,
dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.
Perché egli parlò e tutto fu creato,
comandò e tutto fu compiuto. Rit.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame. Rit.

L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo. Rit.

SECONDA LETTURA (Rm 8,14-17)
Avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!».

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!».
Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.
Parola di Dio

Canto al Vangelo (Ap 1,8)
Alleluia, alleluia.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo,
a Dio, che è, che era e che viene.
Alleluia.

VANGELO (Mt 28,16-20)
Battezzate tutti i popoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
Abbiamo ricevuto lo Spirito da figli, per mezzo del quale possiamo rivolgere al Padre le nostre preghiere, in Cristo Gesù.
Lo invochiamo dicendo: Ascoltaci, o Signore.

1. Rendici sempre consapevoli della tua presenza nella nostra vita, in modo da essere segno nel mondo della tua presenza, preghiamo.
2. Fa' che siamo attenti alla tua Parola, per riconoscerti presente nella vita della Chiesa e nelle situazioni quotidiane, preghiamo.
3. Fa' che sappiamo essere sempre degni del dono della libertà che Tu ci hai conquistato per mezzo della Tua croce, attraverso la fedeltà ai tuoi comandamenti, preghiamo.
4. Tu che hai donato speranza e vita a tutti coloro che ti hanno incontrato, rendici capaci di interessarci concretamente ai popoli e alle persone che non hanno il necessario per vivere, preghiamo.
5. Fa' che la Chiesa sappia parlare a tutti, in particolare ai giovani, perché possano incontrare in te la fonte della vera gioia, preghiamo.
6. Tu che ai discepoli affidi la missione dell'annuncio del Regno, fa' che tutti i cristiani vivano con gioia e generosità la propria vocazione a servizio del mondo intero, preghiamo.

O Dio nostro Padre, perfetta Comunione, nella tua misericordia accogli le nostre preghiere e donaci ciò che è veramente necessario per la nostra vita: il primo dono necessario è proprio la tua presenza, lo Spirito Santo in noi. Per Cristo nostro Signore.

Commento alla parola domenica 7 giugno 2009



Trinità: immagine dell'Amore di Dio

La profondità del


Mistero chiede la semplicità dello sguardo: la contemplazione del cuore accompagna il credente nella “visione di Dio”. Non saranno, dunque, le nostre logiche a scandagliare le vie di Dio, ma piuttosto l’intensità della sua luce ad illuminare la nostra ricerca.

Non è un Dio lontano dalla storia dell’uomo: anzi la storia diventa riflesso e svelamento della sua identità: Il Signore è Dio lassù nei cieli, e quaggiù sulla terra. È nella storia, infatti, che l’uomo coglie il movimento discendente della Trinità: riconosce e accoglie il “venire” di Dio-Amore a lui, un “incarnarsi” della sua parola e della sua azione nelle pieghe delle vicende umane miserevoli: Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Dio invita Mosè a farsi portavoce presso il popolo della Sua prossimità, perché il popolo si arrenda alla meraviglia e allo stupore. “Yhwh” è voce del verbo Amare: Io sono colui che sono, è il nome “verbale” di Dio che coniuga il dinamismo e l’efficacia del suo Amore. L’esistere di Dio coincide perfettamente con il suo pro-esistere, un essere a favore di qualcun altro, verso il quale compie azioni prodigiose di bontà, di misericordia e di soccorso. La rivelazione dell’Amore di Dio è graduale; attraversa tutto il processo biblico della Parola, manifestando con sempre più evidenza che tutte le parole della rivelazione biblica vanno a condensarsi nell’unica grande verità: Deus caritas est!

La rivelazione di Dio si cristallizza definitivamente e totalmente nella realtà dell’Amore. Solo l’Amore può “definire” Dio! E prima di dire che Dio è capace di amare l’uomo, era indispensabile che la Bibbia ci facesse scoprire che Dio è in se stesso Amore, e proprio per questo non può essere “solitudine”, bensì comunione trinitaria. La rivelazione della Trinità provoca il movimento ascendente dell’uomo verso l’Amore: “Abbà, Padre!”.

Se Dio è Amore, ha bisogno di un cuore in grado di riconoscerlo; l’accoglienza della Verità dell’Amore ha bisogno di questa profonda sintonia tra il suo Amore e il cuore dell’uomo. Darò loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo metterò dentro di loro; toglierò dal loro petto il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne, perché seguano i miei decreti e osservino le mie leggi e li mettano in pratica; saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio” (Ezechiele)

Gesù, nella notte di Nicodemo, porta la luce dell’amore del Padre: Dio ha tanto amato il mondo…. Quella notte non sarà più notte nella misura in cui la fede spalanca il cuore di Nicodemo alla rivelazione dell’Amore. Papa Benedetto XVI, durante la Veglia di Pentecoste del 3 giugno 2006, ha affermato: “In Gesù Cristo Dio stesso si è fatto uomo e ci ha concesso, per così dire, di gettare uno sguardo nell'intimità di Dio stesso. E lì vediamo una cosa del tutto inaspettata: in Dio esiste un Io e un Tu. Il Dio misterioso e lontano non è un'infinita solitudine, Egli è un evento di amore. Se dallo sguardo sulla creazione pensiamo di poter intravedere lo Spirito Creatore, Dio stesso, quasi come matematica creativa, come potere che plasma le leggi del mondo e il loro ordine e poi, però, anche come bellezza, adesso veniamo a sapere: lo Spirito Creatore ha un cuore. Egli è Amore. Esiste il Figlio che parla col Padre. Ed ambedue sono una cosa sola nello Spirito che è, per così dire, l'atmosfera del donare e dell'amare che fa di loro un unico Dio. Questa unità di amore, che è Dio, è un'unità molto più sublime di quanto potrebbe essere l'unità di un'ultima particella indivisibile. Proprio il Dio trino è il solo unico Dio”.

È il mistero dell’Amore che solo Dio sa coniugare perfettamente al plurale, ecco perché il suo essere Amore coincide con il suo essere Trinità; “Dio è Amore… Queste parole della Prima Lettera di S. Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio, e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino… L’amore di Dio per noi è questione fondamentale per la vita e pone domande decisive su chi è Dio e chi siamo noi” (Benedetto XVI).

Tutta la nostra vita cristiana deve diventare trasparenza e riflesso dell’Amore della Trinità. “Se vedi la carità, vedi la Trinità” (S. Agostino). L’amore di Dio è un amore perfetto, puro, gratuito e totale: “Dio ama, e questo suo amore può essere qualificato senz’altro come eros, che tuttavia è anche e totalmente agape…viene donato del tutto gratuitamente, è amore che perdona, è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso” (Benedetto XVI).


Celeste Gerusalemme - Terza e ultima parte

Il salesiano "memoria storica" d’Israele

Fonte(tratto dal mensile JESUS ed. San Paolo)

L’uomo che si appoggia a un bastone e cammina a piccoli passi nei lunghi corridoi del monastero di Bet Gemal è una reliquia vivente del cristianesimo in Terra Santa. Nato nel 1922 a San Benigno Canavese, il padre salesiano Domenico Dezzutto è arrivato in Medio Oriente nel 1937 e da allora non l’ha più lasciato. Ora vive in cima a questa collina, distante una trentina di chilometri da Gerusalemme, in un luogo silenzioso circondato da palme, cipressi e ulivi. «Sono arrivato in Terra Santa quando avevo solo 15 anni», racconta, «per compiere il noviziato al monastero di Cremisan. Mentre studiavo ci fu la Seconda guerra mondiale e insieme ad altri 115 salesiani fui internato dagli inglesi in un campo presso Betlemme, dove riuscii a continuare i miei studi di teologia. Così nel 1948 sono divenuto sacerdote».

Domenico Dezzutto diventa prete nello stesso anno in cui nasce lo Stato di Israele. Vari incarichi lo portano a viaggiare per tutto il Medio Oriente: Istanbul, Aleppo, il Cairo e Betlemme. Poi arriva a Bet Gemal, dove il monastero ha ospitato per molto tempo una scuola agricola. All’esterno dell’edificio si trova anche la più antica stazione meteorologica d’Israele, del quale padre Dezzutto è stato responsabile per diversi anni. Dal 1937 a oggi padre Domenico è stato testimone diretto della diaspora delle comunità cristiane del Medio Oriente. «Quando sono arrivato qui», ricorda, «eravamo undici novizi, ora invece siamo a corto di vocazioni. Anche i laici cristiani se ne vanno. Fino al 1948 molti di loro magari andavano all’estero a studiare, poi però tornavano nella regione. Ormai, invece, chi parte non torna più». Vanno via perché non vedono un futuro: «Se uno pensa all’avvenire dei figli non può che andarsene. Non c’è futuro per le famiglie. Come si fa a vivere e lavorare in un luogo come Betlemme, ormai trasformato in una prigione a cielo aperto?».

Il Papa alla Moschea della Roccia.
Il Papa alla Moschea della Roccia
(foto Osservatore Romano/AP ).

Padre Domenico rimpiange il tempo in cui la convivenza fra cristiani, ebrei e musulmani era più facile. «C’erano i problemi, ma si superavano per convenienza (tutti facevano affari con tutti) e con il rispetto reciproco. Ora invece è cresciuto l’estremismo di chi grida "è tutto mio!"». Dall’ampio giardino che circonda il monastero padre Domenico punta il bastone verso la valle di fronte, dove si sta espandendo la città di Bet Shemesh. In uno dei quartieri periferici si notano le nuove abitazioni, tutte uguali, di una comunità di ebrei ultraortodossi. «Una volta», aggiunge, «ci si capiva meglio. Gli ebrei arrivati qui dall’Europa orientale conoscevano bene i cristiani e il cristianesimo. Molti di loro dovevano la loro salvezza proprio all’aiuto delle famiglie cattoliche. Adesso è diverso. Gli ultraortodossi provengono tutti da New York, hanno uno spirito più patriottico, mirano ad affermare una identità». Nonostante le difficoltà, padre Domenico e i suoi confratelli continuano a praticare l’accoglienza, soprattutto verso gli ebrei, che vengono numerosi a visitare il monastero. «L’anno scorso abbiamo accolto fra gli 80 e i 100 mila visitatori». Padre Dezzutto, che cosa racconta a chi la viene a trovare? «Non mi stanco di gettare semi», risponde, «e ai giovani ricordo sempre di tenere il cuore aperto verso Dio e verso tutti gli uomini».

Roberto Zichittella

Celeste Gerusalemme - seconda parte

Quel "piccolo resto" di giudeo-cristiani

Fonte

La sua biografia sembra un compendio della storia del XX secolo: nato in Sudafrica da una coppia di ebrei tedeschi fuggiti dal nazismo, negli anni Settanta viene mandato dai genitori in Israele per allontanarlo dalle tensioni legate all’apartheid; qui studia all’università ebraica ma impara anche l’arabo e, dopo l’incontro con il cristianesimo grazie a una suora ortodossa russa, inizia un lungo percorso che lo porterà a battezzarsi e, già trentenne, a entrare nella Compagnia di Gesù. Oggi, padre David Neuhaus, è il vicario di una comunità di frontiera, quella dei cattolici che vivono «nel cuore della società israeliana ebraica».

  • Come è la sua comunità?

«I cattolici di espressione ebraica sono per la maggior parte ebrei israeliani, anche se ci sono anche immigrati russofoni, arrivati in Israele grazie alla "legge del ritorno", che solo con il tempo diventeranno ebreofoni e si integreranno nella società israeliana. È difficile fornire un dato preciso su quanti siano questi cattolici: molti non sanno nemmeno della nostra esistenza. In occasione delle grandi feste siamo circa 400, anche se per la vita quotidiana e per la Messa domenicale siamo intorno alle 200-250 persone. Ma credo che il numero dei cattolici che parlano ebraico e vivono nella società ebraica sia maggiore».

  • E la vita degli ebrei cattolici?

«È una vita un po’ speciale, perché viviamo in una società definita dalla tradizione ebraica e i nostri fedeli, pur in maggioranza israeliani, non sono tutti di nascita ebraica: alcuni hanno sposato ebrei, altri sono arrivati qui per vari motivi e sono diventati israeliani, altri non hanno nemmeno la cittadinanza. Ma il fatto di vivere in Israele influenza la nostra comunità, a cominciare dalla lingua: la nostra vita cristiana è totalmente in ebraico, tutte le preghiere sono in ebraico e l’unica lingua che abbiamo in comune, pur venendo da tradizioni molto diverse, è proprio l’ebraico».

  • La comune radice ebraica si riflette sulla vita della comunità?

«Per noi, è molto importante rispettare la tradizione ebraica, specialmente nella misura del tempo, nel calendario, nelle feste. Qui il giorno di riposo è il sabato e per molti fedeli è più facile venire a pregare il sabato, piuttosto che la domenica. Quindi, celebriamo la Messa il sabato sera. Allo stesso modo, le feste israeliane sono importanti per i nostri fedeli e per i nostri bambini, che vanno alle scuole laiche israeliane».

Il Papa nella cripta della Natività.
Il Papa nella cripta della Natività
(foto Osservatore Romano/AP ).

  • La Chiesa cattolica in Terra Santa è una Chiesa in larghissima parte araba. Come sono i rapporti degli ebrei cattolici con il resto della comunità cristiana?

«In città come Tel Aviv-Jaffa e Haifa i rapporti sono abbastanza normali e naturali. Ad esempio, a Be’er Sheva l’unica parrocchia cattolica è quella di lingua ebraica e gli arabi, che vengono prevalentemente dalla Galilea per lavorare, in chiesa pregano in ebraico. Per loro, il parroco ha aperto un centro, gestito da una donna araba, che fa catechismo in arabo. I problemi sono a Gerusalemme, dove c’è un po’ più di tensione. Anche qui, però, i capi della Chiesa dettano il "tono" alla vita dell’intera comunità, un tono di unità e di testimonianza. È molto importante che la Chiesa e i cristiani, sia di provenienza araba sia ebraica, siano uniti e facciano "un solo corpo" in Cristo. Anche se sul piano politico, culturale, sociale non sempre c’è unità, è importante che nella fede questa unità ci sia. E tocca a noi dare questo messaggio».

  • In che modo?

«Le racconterò un episodio recente. Abbiamo avuto un’ordinazione per il nostro vicariato, il che è abbastanza raro: un giovane di origine polacca, che vive qui da un certo tempo e parla ebraico, è diventato prete e servirà nella comunità ebreofona. Alla sua ordinazione un diacono arabo giordano ha letto il Vangelo in ebraico. Quindi, il giovane prete ha detto una parola di ringraziamento in arabo. Io stesso sono molto impegnato nella Chiesa araba, insegno al seminario del Patriarcato latino, che è nei Territori, e all’Università cattolica di Betlemme, dove tutti i miei studenti sono arabi, palestinesi o giordani».

  • Come valuta il viaggio di Benedetto XVI?

«È stato lo stesso Papa a dare il tono della sua visita, dicendo "Io vengo per pregare per la pace e l’unità". Noi vogliamo camminare su questa strada. Abbiamo sempre in mente quanto è scritto nella lettera di Paolo agli Efesini: "Ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione" (2,14). Certo, è una sfida in una terra come questa. Ma la Chiesa può dare un tono diverso a quello che domina nella società».

Prima Parte

Celeste Gerusalemme
di Alessandro Speciale – foto di Diego Zanetti

Accolto con poco entusiasmo e vari timori, Benedetto XVI alla fine ha conquistato i cristiani di Terra Santa con un viaggio calibrato dal punto di vista pastorale e attento agli equilibri interreligiosi più che a quelli diplomatici. Gli unici poco soddisfatti sono i politici israeliani, che dalla visita volevano trarre legittimazione.


Fonte

Pochi giorni prima del suo arrivo ad Amman, alla scontata domanda sulle prospettive del viaggio di papa Benedetto XVI in Terra Santa, un prete del Patriarcato latino di Gerusalemme con una lunga esperienza alle spalle rispondeva: «Il Papa dovrà camminare in mezzo alla pioggia senza bagnarsi». E aggiungeva: «Come se non bastasse, il Santo Padre ha scelto di venire senza portarsi un ombrello». Il paragone rendeva bene l’immagine della difficile opera di equilibrismo che aspettava il Pontefice in Terra Santa, di fronte alle attese incrociate e contraddittorie di cristiani, ebrei e musulmani, palestinesi e israeliani, cattolici, ortodossi e melchiti. C’era chi temeva che Papa Ratzinger dicesse troppo, scatenando una crisi internazionale in una regione che – oggi più che mai – è ancora una volta sul punto di scoppiare; e c’era chi temeva che, costretto dalle esigenze di una diplomatica prudenza, il Papa finisse invece per dire poco o niente, soprattutto nei confronti di una comunità cristiana provata dagli ultimi anni di violenze, blocco economico ed emigrazione.

La spianata della moschea di Al Aqsa.
La spianata della moschea di Al Aqsa.

Alla fine di un tour de force durato otto giorni e 29 discorsi, che hanno portato il corteo papale dall’8 al 15 maggio in Giordania, Israele e Territori palestinesi, chiedo allo stesso sacerdote – che preferisce non vedere divulgato il suo nome – se, alla fine, Papa Ratzinger sia tornato a casa asciutto oppure zuppo: «I cristiani di Palestina hanno sentito di avere dietro di sé una Chiesa veramente universale, e ne sono fieri», mi risponde – anche lui – con malcelato orgoglio. «Anche i giovani che prima del viaggio erano contrari e non volevano questa visita, lo hanno seguito in Tv minuto per minuto e hanno fatto a gara per accaparrarsi i biglietti delle messe pubbliche».

Non è un segreto per nessuno che la gran parte dei cristiani d’Israele e Palestina fosse, in origine, tutt’altro che entusiasta dell’arrivo del Pontefice. Temevano che il tutto si risolvesse in una grande "operazione di immagine" dello Stato israeliano, ansioso di scrollarsi di dosso l’onta della guerra a Gaza, oppure che i riflettori sarebbero stati puntati, ancora una volta, soltanto sulla visita alla Cupola della Roccia e sul dialogo interreligioso con i musulmani, ancora segnato dal discorso di Ratisbona, o ancora che i recenti incidenti tra Santa Sede e comunità ebraica internazionale – dal processo di beatificazione di papa Pio XII al "caso Williamson" – monopolizzassero l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale; temevano, insomma, che in mezzo alle molteplici e conflittuali agende che avrebbero segnato la visita del Papa la comunità cristiana sarebbe stata schiacciata fino quasi a scomparire.

Religiose raccolte in preghiera nella cripta della chiesa della Natività, a Betlemme.
Religiose raccolte in preghiera nella cripta della chiesa
della Natività, a Betlemme.

Alla vigilia erano in molti a credere che le cose sarebbero andate proprio così. Per la piccola comunità dei cristiani di Terra Santa – 150 mila i cattolici dei diversi riti, 300 mila al massimo quelli di tutte le confessioni, in larghissima maggioranza arabi –, in mezzo a una regione instabile e a stragrande maggioranza musulmana, l’importanza della visita del Pontefice è stata quindi soprattutto quella di non sentirsi "soli", "abbandonati". Negli ultimi anni, soprattutto a partire dalla seconda Intifada e dall’assedio israeliano della Basilica della Natività di Betlemme del 2002, si è continuato a ripetere che c’era il rischio concreto che questa presenza cristiana scomparisse. Un rischio così grave, si diceva nelle dichiarazioni della vigilia, da giustificare la scelta del Papa di partire pur in un momento in cui, a ogni livello, da quello dei rapporti Israele-Santa Sede a quello geopolitico, tutto sembrava sconsigliare il viaggio. Il Papa, spiegava il nunzio vaticano in Israele, monsignor Antonio Franco, vuole venire come «pellegrino di pace» proprio per confortare i cristiani della Terra Santa.

Cristiani che, però, non ne vogliono sapere di vedersi ridotti al ruolo di "minoranza" da proteggere, di terzo incomodo tra le grandi forze che si scontrano nella regione: come racconta padre Raed Abusahlia, ex-segretario del patriarca latino di Gerusalemme Michel Sabbah, «in arabo, la parola "minoranza" ha la stessa radice di "deboli" e "perseguitati" e qui, se non ve ne siete accorti, vive gente coraggiosa». Un concetto ribadito anche dal portavoce della Chiesa cattolica in Giordania, padre Rifat Bader: «I cristiani, anche se in minoranza per numero, sono molto rispettati e non hanno alcun complesso di inferiorità. Non viviamo come una condanna il fatto di essere cristiani nel mondo arabo. Anzi, è il nostro destino e il nostro orgoglio».

Una veduta del Muro del Pianto.
Una veduta del Muro del Pianto.

Ad accogliere il Pontefice nella primissima tappa del suo viaggio dopo la cerimonia di benvenuto all’aeroporto di Amman, c’era l’ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme per la Giordania, monsignor Salim Sayegh, che ha scelto di aspettare Papa Ratzinger sulla soglia della chiesa del centro per disabili Our Lady Queen of Peace avvolto in un’enorme bandiera giordana: un segno, anche questo, dell’orgoglio nazionale della piccola comunità cattolica del Paese, che si sente parte integrante della vita e della storia di questo Paese. È un punto sottolineato anche dal principe Ghazi, l’ideatore della Lettera dei 138 che, ricevendo il Papa nella moschea di Stato Al-Hussein Bin Talal, ricorda, forse con una sottilissima punta di ironia, che i cristiani di Giordania combatterono fianco a fianco con le prime armate musulmane, ancora ai tempi di Maometto, per scacciare i bizantini oltre il Giordano. Un episodio che ha dato il nome tradizionale di «Rinforzi» a una importante tribù cristiana del Paese, da cui discende la famiglia dello stesso attuale patriarca di Gerusalemme, monsignor Fouad Twal, giordano di nascita.

L’orgoglio di essere parte di questo Paese è palpabile tra i cristiani. La comunità, 250 mila persone, rappresenta il 3% della popolazione del Paese, e di questi circa 80 mila sono i cattolici. Malgrado la ridotta consistenza numerica, padre Bader ci tiene a sottolineare che i cristiani sono regolarmente presenti nel Governo in proporzione molto maggiore alla loro consistenza numerica e che persino il braccio politico dei Fratelli Musulmani, l’Islamic Action Front, ha aperto loro le sue porte. Ci sono, secondo quanto stabilito dalla Costituzione, nove cristiani tra i 110 membri del Parlamento giordano. Nel corso dei suoi tre giorni nel Paese arabo, Papa Ratzinger ripete più volte l’ammirazione per questa nazione araba e in gran parte musulmana che sa essere «modello» di convivenza tra cristiani e musulmani e «avanguardia» di un islam capace di coniugare tradizione e modernità, resistendo ai fanatismi. La famiglia reale giordana, le cui origini risalgono fino a Maometto stesso, ricambia accogliendo il Pontefice con tutti gli onori, e organizzando per lui un bagno di folla nello stadio di Amman.

Benedetto XVI celebra la Messa nella valle di Josafat, di fronte al Monte degli Ulivi.
Benedetto XVI celebra la Messa nella valle di Josafat, di fronte
al Monte degli Ulivi
(foto O. Balilty/AP).

La Giordania offre anche a Papa Ratzinger l’occasione per guardare, al di là del confine, alla grande tragedia irachena. Non a caso, la comunità cristiana giordana è cresciuta negli ultimi anni grazie all’arrivo di un gran numero di profughi dall’Iraq. In una parrocchia della zona occidentale di Amman, il numero dei fedeli è praticamente raddoppiato. Tra di loro, però, accanto alla delusione per non aver avuto la possibilità di un incontro con il Pontefice c’è la gioia per le parole che il papa dedica nella moschea alla situazione del travagliato Paese. «Ho chiesto più volte per loro un incontro con il Papa, perché potessero spiegare la situazione e raccontare la loro storia», racconta padre Khalil Jaar, parroco della chiesa di Notre Dame di Nazaret. «Ma anche se ci sono stati mugugni per il rifiuto, tutti hanno voluto i biglietti per la Messa allo stadio».

Pure l’attesa dei cristiani di Gerusalemme è stata nel segno del chiaroscuro: nei giorni che avevano preceduto l’arrivo del Pontefice, serpeggiava il malumore per l’ennesimo sgarbo delle autorità israeliane. A spiegare la situazione era il parroco della Città Santa, padre Ibrahim Faltas, uno che le critiche al Governo di Tel Aviv non le ha mai risparmiate. «Diversamente dagli arabi israeliani della Galilea, nel nord, che hanno passaporto israeliano, e da quelli della Cisgiordania, che ne hanno uno palestinese, quelli di Gerusalemme est, che vivono nel limbo legale di un Governo israeliano de facto mai riconosciuto dal resto del mondo, non hanno nessun passaporto, ma soltanto una carta d’identità da "residenti permanenti". Il problema è che da circa tre mesi, non si sa bene perché, questi permessi non vengono rinnovati».

Alcune religiose davanti all'ingresso della chiesa del Santo Sepolcro.
Alcune religiose davanti all’ingresso della chiesa del Santo Sepolcro.

Dal Comune hanno immediatamente rassicurato che si trattava solo di un disguido burocratico, per disinnescare subito il rischio di proteste che potessero far andare storta l’accoglienza al Pontefice. Ma il piccolo episodio è utile per capire la condizione di perenne instabilità in cui vivono i cristiani di Gerusalemme, circondati dalla progressiva, strisciante normalizzazione israeliana della città. Il cahier de doleances dei cristiani della Città Santa è lungo: ci sono le coppie in cui un coniuge è di Gerusalemme e l’altro della Cisgiordania e per cui ogni spostamento è praticamente impossibile, ci sono le demolizioni di case "per motivi di sicurezza" che minacciano 13 famiglie cristiane, ci sono gli affitti troppo alti che stanno lentamente ma inesorabilmente scacciando i cristiani dalla Città Vecchia, ci sono intere zone minacciate di smantellamento perché costruite abusivamente. «Ma ottenere i permessi», rispondono gli abitanti, «è praticamente impossibile». Padre Faltas snocciola qualche dato: «Dal 2000 al 2005 solo nella mia parrocchia sono emigrate 3 mila persone». Parlando con i proprietari dei negozi di souvenir del quartiere latino, le conclusioni sono drastiche: «Fanno tutto per renderci la vita impossibile».

Nel "bigliettino" che il Papa infila in una fessura del Muro del Pianto, Gerusalemme è chiamata «città della pace». Quasi un paradosso quando, quello stesso giorno, il Pontefice aveva sentito prima il Gran Muftì di Gerusalemme che, accogliendolo sulla Spianata delle Moschee e accompagnandolo nella Cupola della Roccia da cui, secondo la tradizione, Maometto prese il volo verso il cielo, gli chiedeva un impegno contro «l’aggressione» di Israele; poi, qualche ora più tardi, il rabbino capo Shlomo Amar gli fa la richiesta di dire al mondo che Israele appartiene agli ebrei, mentre il ministro del Turismo ripete che Gerusalemme è la sua «capitale eterna».

Un pastore beduino conduce il suo gregge assetato attraverso il deserto di Gerico.
Un pastore beduino conduce il suo gregge assetato
attraverso il deserto di Gerico.

Il Papa è venuto in mezzo a tutte queste paure, a questi rancori, a queste ferite incancrenite. Nella Messa celebrata nella Valle di Josafat, davanti alla basilica del Getsemani e al Monte degli Ulivi, dice: «a Gerusalemme non dovrebbe esserci posto» per «la chiusura, la discriminazione, la violenza e l’ingiustizia» e «i credenti in un Dio di misericordia – si qualifichino essi ebrei, cristiani o musulmani – devono essere i primi a promuovere questa cultura della riconciliazione e della pace, per quanto lento possa essere il processo e gravoso il peso dei ricordi passati». L’appello sembra quasi raccolto dalle bandiere di Israele e della Palestina, portate da alcuni dei 6 mila fedeli, che sventolano l’una accanto e non contro l’altra.

Pochi chilometri più in là, oltre il muro di separazione, ci sono i Territori palestinesi. Il fitto programma papale dedicava alla Palestina soltanto un giorno, il 13 maggio, da passare a Betlemme, tra la Messa nella piazza della Mangiatoia, di fronte alla basilica della Natività, e la visita al campo profughi di Aida, proprio all’ombra del Muro. Un tempo ristretto, ma da quelle dieci ore i cristiani palestinesi non avevano nascosto di voler trarre il massimo vantaggio simbolico: l’occasione per aprire gli occhi del miliardo di cattolici del mondo sulle umiliazioni inferte dall’occupazione, dal «muro di separazione», dai suoi checkpoint e dagli interminabili controlli di sicurezza.

Preghiere al Santo Sepolcro.
Preghiere al Santo Sepolcro.

La Messa a Betlemme, così, è l’occasione per i cristiani di Palestina, per cui l’ingresso in Israele e a Gerusalemme è praticamente impossibile, di venire a incontrare Papa Ratzinger. Per alcuni, anzi, è la prima occasione di uscire "nel mondo" dopo oltre un anno: sono i 48 cristiani di Gaza che, alla fine, dopo un’interminabile trattativa con il Governo israeliano, hanno ottenuto i permessi per partecipare alla celebrazione. I loro nomi sono stati scelti dal Governo in maniera apparentemente casuale dalla lista dei 250 cattolici della Striscia preparata dal parroco, don Julio Hernandez. Tra loro ci sono anche alcuni ortodossi. Ma la confessione, in questo caso, non fa differenza. Molti hanno sfruttato il permesso "papale" per andare a trovare amici a parenti e per fare incetta di quei beni che a Gaza, con l’embargo israeliano, sono introvabili: un’occasione che si ripresenterà chissà quando.

«Siamo pochi e senza diritti, ma è una benedizione che un piccolo gruppo sia qui e possa testimoniare cosa significa stare davanti al Santo Padre», racconta il parroco, nato in Argentina 33 anni fa, che da pochi mesi ha sostituito il palestinese padre Manuel Musallam. Può far strano immaginare un prete straniero nell’ambiente così particolare della parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza. Eppure, racconta, gli basta fare quattro tiri al pallone con i ragazzi per sentirsi a casa, accettato da tutti.

Il chiostro della chiesa francescana di Santa Caterina a Betlemme.
Il chiostro della chiesa francescana di Santa Caterina a Betlemme.

Nelle poche ore che passa nei Territori, e malgrado l’evidente stanchezza che lo rende impacciato nei movimenti, nello stringere le mani dei bambini che lo vengono a salutare nel campo profughi di Aida, Papa Ratzinger riesce a trovare le parole giuste per ridare speranza, per far sentire – anche qui – meno "soli" i cristiani. Tocca, in termini inaspettatamente limpidi, tutti i temi che stanno a cuore ai palestinesi: dall’affermazione esplicita che «la Santa Sede appoggia il diritto del popolo a una sovrana patria palestinese nella terra dei vostri antenati, sicura e in pace con i suoi vicini, entro confini internazionalmente riconosciuti», all’appello per la fine dell’embargo israeliano a Gaza, dal sostegno alle «famiglie divise a causa di imprigionamento di membri della famiglia o di restrizioni alla libertà di movimento» fino alla condanna del «tragico» muro israeliano e all’affermazione che «benché i muri si possano con facilità costruire, noi tutti sappiamo che essi non durano per sempre. Possono essere abbattuti».

È proprio sotto il muro che si consuma il momento più intenso emotivamente dell’intera visita. I profughi del campo di Aida preferiscono non parlare, ma affidare alle immagini il loro messaggio, centrato su un simbolo, la "chiave del ritorno", che sta a significare la volontà dei palestinesi di tornare nelle case perse nel 1948 e che ritorna continuamente nella "scenografia" allestita per la visita pontificia, nelle danze eseguite davanti a Ratzinger, nel ciondolo che gli viene donato. Il Papa incontra brevemente una delle 13 famiglie cristiane del campo. E mentre saluta dalla papamobile che si allontana costeggiando il muro, è ancora padre Faltas a parlare di un «popolo palestinese conquistato dal Papa» e di un Pontefice «amico dei rifugiati».

Una veduta di Gerusalemme: in primo piano, la cupola della chiesa della Flagellazione.
Una veduta di Gerusalemme: in primo piano,
la cupola della chiesa della Flagellazione.

Paradossalmente, la tappa alla fine meno "riuscita" del viaggio è quella israeliana, sulla quale, agli inizi, si era concentrata maggiormente l’attenzione, quella che aveva fatto storcere il naso di molti cristiani, che rimproveravano un’agenda troppo schiacciata sulle esigenze di Tel Aviv. Ben consapevole del momento complesso che attraversano i rapporti tra cattolicesimo ed ebraismo, Papa Ratzinger affronta i nodi più difficili da subito, non appena atterrato all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. «Sfortunatamente», dice, «l’antisemitismo continua a sollevare la sua ripugnante testa in molte parti del mondo. Questo è totalmente inaccettabile». Il momento più simbolico, più atteso, più carico di significati è la visita al memoriale dell’Olocausto Yad Vashem. Lì il papa offre ai suoi ascoltatori una evocativa riflessione sul valore dei «nomi» e sull’impossibilità, per gli uomini, di cancellarli agli occhi di Dio. Parole in cui si riconosce inconfondibile l’impronta e lo stile personale del Pontefice, in cui Ratzinger ha voluto veramente mettere qualcosa di sé – ma che tuttavia, sono suonate «tiepide», «astratte» e troppo intellettuali agli israeliani, che avrebbero preferito se non una esplicita e completa richiesta di scuse, almeno un’assunzione di responsabilità del Papa tedesco.

Alessandro Speciale

Il Papa durante la Messa a Nazaret.
Il Papa durante la Messa a Nazaret
(foto T. Todras-Whitehill/
AP).


L'interno del monastero di Mar Saba.
L’interno del monastero di Mar Saba.

Oggi: Santi Carlo Lwanga e 12 compagni Martiri


FONTE


Fece un certo scalpore, nel 1920, la beatificazione da parte di Papa Benedetto XV di ventidue martiri di origine ugandese, forse perché allora, sicuramente più di ora, la gloria degli altari era legata a determinati canoni di razza, lingua e cultura. In effetti, si trattava dei primi sub-sahariani (dell’”Africa nera”, tanto per intenderci) ad essere riconosciuti martiri e, in quanto tali, venerati dalla Chiesa cattolica.
La loro vicenda terrena si svolge sotto il regno di Mwanga, un giovane re che, pur avendo frequentato la scuola dei missionari (i cosiddetti “Padri Bianchi” del Cardinal Lavigerie) non è riuscito ad imparare né a leggere né a scrivere perché “testardo, indocile e incapace di concentrazione”. Certi suoi atteggiamenti fanno dubitare che sia nel pieno possesso delle sue facoltà mentali ed inoltre, da mercanti bianchi venuti dal nord, ha imparato quanto di peggio questi abitualmente facevano: fumare hascisc, bere alcool in gran quantità e abbandonarsi a pratiche omosessuali. Per queste ultime, si costruisce un fornitissimo harem costituito da paggi, servi e figli dei nobili della sua corte.
Sostenuto all’inizio del suo regno dai cristiani (cattolici e anglicani) che fanno insieme a lui fronte comune contro la tirannia del re musulmano Kalema, ben presto re Mwanga vede nel cristianesimo il maggior pericolo per le tradizioni tribali ed il maggior ostacolo per le sue dissolutezze. A sobillarlo contro i cristiani sono soprattutto gli stregoni e i feticisti, che vedono compromesso il loro ruolo ed il loro potere e così, nel 1885, ha inizio un’accesa persecuzione, la cui prima illustre vittima è il vescovo anglicano Hannington, ma che annovera almeno altri 200 giovani uccisi per la fede.
Il 15 novembre 1885 Mwanga fa decapitare il maestro dei paggi e prefetto della sala reale. La sua colpa maggiore? Essere cattolico e per di più catechista, aver rimproverato al re l’uccisione del vescovo anglicano e aver difeso a più riprese i giovani paggi dalle “avances” sessuali del re. Giuseppe Mkasa Balikuddembè apparteneva al clan Kayozi ed ha appena 25 anni.
Viene sostituito nel prestigioso incarico da Carlo Lwanga, del clan Ngabi, sul quale si concentrano subito le attenzioni morbose del re. Anche Lwanga, però, ha il “difetto” di essere cattolico; per di più, in quel periodo burrascoso in cui i missionari sono messi al bando, assume una funzione di “leader” e sostiene la fede dei neoconvertiti.
Il 25 maggio 1886 viene condannato a morte insieme ad un gruppo di cristiani e quattro catecumeni, che nella notte riesce a battezzare segretamente; il più giovane, Kizito, del clan Mmamba, ha appena 14 anni. Il 26 maggio vemgono uccisi Andrea Kaggwa, capo dei suonatori del re e suo familiare, che si era dimostrato particolarmente generoso e coraggioso durante un’epidemia, e Dionigi Ssebuggwawo.
Si dispone il trasferimento degli altri da Munyonyo, dove c’era il palazzo reale in cui erano stati condannati, a Namugongo, luogo delle esecuzioni capitali: una “via crucis” di 27 miglia, percorsa in otto giorni, tra le pressioni dei parenti che li spingono ad abiurare la fede e le violenze dei soldati. Qualcuno viene ucciso lungo la strada: il 26 maggio viene trafitto da un colpo di lancia Ponziano Ngondwe, del clan Nnyonyi Nnyange, paggio reale, che aveva ricevuto il battesimo mentre già infuriava la persecuzione e per questo era stato immediatamente arrestato; il paggio reale Atanasio Bazzekuketta, del clan Nkima, viene martirizzato il 27 maggio.
Alcune ore dopo cade trafitto dalle lance dei soldati il servo del re Gonzaga Gonga del clan Mpologoma, seguito poco dopo da Mattia Mulumba del clan Lugane, elevato al rango di “giudice”, cinquantenne, da appena tre anni convertito al cattolicesimo.
Il 31 maggio viene inchiodato ad un albero con le lance dei soldati e quindi impiccato Noè Mawaggali, un altro servo del re, del clan Ngabi.
Il 3 giugno, sulla collina di Namugongo, vengono arsi vivi 31 cristiani: oltre ad alcuni anglicani, il gruppo di tredici cattolici che fa capo a Carlo Lwanga, il quale aveva promesso al giovanissimo Kizito: “Io ti prenderò per mano, se dobbiamo morire per Gesù moriremo insieme, mano nella mano”. Il gruppo di questi martiri è costituito inoltre da: Luca Baanabakintu, Gyaviira Musoke e Mbaga Tuzinde, tutti del clan Mmamba; Giacomo Buuzabalyawo, figlio del tessitore reale e appartenente al clan Ngeye; Ambrogio Kibuuka, del clan Lugane e Anatolio Kiriggwajjo, guardiano delle mandrie del re; dal cameriere del re, Mukasa Kiriwawanvu e dal guardiano delle mandrie del re, Adolofo Mukasa Ludico, del clan Ba’Toro; dal sarto reale Mugagga Lubowa, del clan Ngo, da Achilleo Kiwanuka (clan Lugave) e da Bruno Sserunkuuma (clan Ndiga).
Chi assiste all’esecuzione è impressionato dal sentirli pregare fino alla fine, senza un gemito. E’ un martirio che non spegne la fede in Uganda, anzi diventa seme di tantissime conversioni, come profeticamente aveva intuito Bruno Sserunkuuma poco prima di subire il martirio “Una fonte che ha molte sorgenti non si inaridirà mai; quando noi non ci saremo più altri verranno dopo di noi”.
La serie dei martiri cattolici elevati alla gloria degli altari si chiude il 27 gennaio 1887 con l’uccisione del servitore del re, Giovanni Maria Musei, che spontaneamente confessò la sua fede davanti al primo ministro di re Mwanga e per questo motivo venne immediatamente decapitato.
Carlo Lwanga con i suoi 21 giovani compagni è stato canonizzato da Paolo VI nel 1964 e sul luogo del suo martirio oggi è stato edificato un magnifico santuario; a poca distanza, un altro santuario protestante ricorda i cristiani dell’altra confessione, martirizzati insieme a Carlo Lwanga. Da ricordare che insieme ai cristiani furono martirizzati anche alcuni musulmani: gli uni e gli altri avevano riconosciuto e testimoniato con il sangue che “Katonda” (cioè il Dio supremo dei loro antenati) era lo stesso Dio al quale si riferiscono sia la Bibbia che il Corano.


Autore: Gianpiero Pettiti


A Gerusalemme, iniziativa di preghiera per l'unità dei cristiani e la pace nel mondo

◊ Un giorno e un luogo quanto mai significativo per una iniziativa di preghiera fuori dal comune, e dall’intenzione particolare: sabato scorso, vigilia di Pentecoste, nella chiesa siro ortodossa di San Marco, nel cuore della città vecchia di Gerusalemme, si è tenuto il primo di una serie di incontri di preghiera straordinaria, di tutte le Chiese, per la riconciliazione e la pace. Presenti rappresentanti delle diverse confessioni cristiane e fedeli locali, che per un’ora hanno invocato la pace e la comunione per la Città Santa e per il mondo. Il servizio di Sara Fornari:

“Cominciare da Gerusalemme”, è l’ispirazione che muove questa iniziativa, che secondo l’auspicio dei promotori dovrebbe tenersi una volta al mese, nella Città Santa, in una diversa chiesa ospitante, per favorire appunto l’unità nel Corpo Mistico di Cristo. L’iniziativa - promossa da Catholica Unio, organizzazione della Santa Sede per il dialogo tra la Chiesa d’oriente e quella d’occidente – è stata trasmessa con traduzione dalle emittenti televisive cattoliche (Telepace, Telechiara, Canção Nova e l’araba Telelumiere) per consentire al maggior numero di cristiani nel mondo di essere in comunione di preghiera con la Chiesa di Terra Santa e con la ricchezza delle sue comunità cristiane. Guidata dal vicario patriarcale siro ortodosso per Gerusalemme e la Giordania, l’arcivescovo Mar Swerios Malki Murad, la preghiera si è svolta nell’antichissimo dialetto aramaico (lingua conservata soltanto da questa piccola minoranza cristiana), e con preghiere in arabo ed inglese.


Suggestivi gli inni ed i segni che hanno caratterizzato questa ora di preghiera, propri della liturgia di questa antichissima Chiesa. Essa, secondo la tradizione dei siriani ortodossi, sarebbe la casa del discepolo Marco e il luogo dell’effusione dello Spirito Santo. Un luogo significativo per questa iniziativa di unità e riconciliazione anche perché qui, tra soltanto una settimana i siriani celebreranno in modo solenne la loro Pentecoste, ma anche per il particolare legame di comunione che sussiste tra la Chiesa cattolica e questa antica comunità orientale: nelle due visite a Roma nel 1975 e nel 1985, il Patriarca siro ortodosso ha infatti stretto con la Santa Sede un accordo che riguarda, in particolare, il conferimento dei sette Sacramenti.

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Foglio della Collaborazione Pastorale Di San Giorgio di Nogaro

V DOMENICA DI PASQUA – ANNO A - 3 maggio 2026

  Messa del Giorno V DOMENICA DI PASQUA – ANNO A Antifona Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie; agli occhi delle...