Commento alla parola domenica 14 giugno 2009





Prendete e Mangiate...




In Marco l’istituzione dell’eucaristia, celebrata nel contesto dell’Ultima cena del Signore con i suoi discepoli, è così legata alla morte del Signore da esserne, oltre che un’anticipazione sacramentale, anche una profezia.

Infatti Gesù, nell’intimità del cenacolo e prima della sua passione, sia con le parole sia con i gesti, attua quello che annuncia. Il pane spezzato e il calice che offre ai suoi discepoli, come richiedeva l’uso della pasqua ebraica, sono l’annuncio del nuovo patto, suggellato dal suo sangue, che, quale «agnello senza macchia», offre per la salvezza di tutti. E impone ai suoi di rinnovare quest’azione per tutti fino a quando ritornerà di nuovo tra di loro.

La chiesa, obbediente a questo comando, fa questo sacrificio e così «annuncia la morte del Signore, proclama la sua risurrezione e attende la sua venuta nella gloria». Cristo, in modo mirabile, rimane in mezzo ai suoi, li fa partecipi al sacrificio di redenzione e si fa cibo e bevanda per il loro nutrimento spirituale. Nutriti del Corpo e Sangue del loro Redentore, tutti i redenti diventano «un solo corpo e un solo spirito

in Cristo».

Tutto questo avviene attraverso la potenza dello Spirito che fa sì che tutti i credenti diventino in Cristo un sacrificio vivente a gloria di Dio Padre. L’Eucaristia è il preannunzio della piena partecipazione alla vita di Dio nell’eternità e il pegno di vita eterna, perché chi mangia il suo corpo e beve il suo sangue ha già la vita eterna in sé e l’avrà pienamente nell’eternità.

Vivere la messa

L’espressione è diventata oramai un luogo comune. Ma non basta mai: specialmente in un periodo come il nostro, in cui il cristianesimo è sottoposto a un lavoro di essenzializzazione, in cui è diminuita ogni struttura e aiuto dall’esterno, è più che mai urgente l’insistenza su queste idee “essenziali”. E urge insegnare in che modo concretamente l’eucaristia possa e debba essere calata nella vita di ogni giorno, in che modo possa e debba davvero diventare quella luce che dà spiegazione e significato alle vicende umane.

Chi non ha nulla da offrire-soffrire, non può “partecipare” all’Eucaristia: Cristo soffre e si immola, anche noi dobbiamo soffrire-immolarci con lui. E questi sentimenti vittimali sono l’anima della messa. Come si può applicare alla vita questa dottrina? Con un metodo molto semplice: spesso le nostre giornate lavorative sono piene di croci: il freddo, il caldo, la stanchezza; contrattempi, insuccessi, incomprensioni; malattie, noie, solitudini; scoraggiamenti, depressioni, angosce: si tratta di un materiale preziosissimo da offrirsi durante la messa, che - per dirla con il concilio di Trento - dai dolori di Cristo assume valore, da Cristo è offerto al Padre e per amore della passione di Cristo è accettato dal Padre. Saper accettare pazientemente la vita, è vivere il sacrificio della messa.

Vivere la comunione. Si tratta di un altro assioma classico che implica far diventare “mistica” l’unione sacramentale durante la giornata lavorativa: la quale deve diventare un continuo “rimanere in Cristo”. In questo modo si prolunga “misticamente” la comunione: si deve prendere l’abitudine di lavorare, parlare, pensare in-con-per Cristo; si tratta di prendere l’abitudine di fare tutto sotto l’influsso, più attuale-continuo che sia possibile, di Cristo. Bisogna esercitarsi a chiedersi frequentemente: «Come si comporterebbe Cristo se fosse al mio posto?». Bisogna prendere l’abitudine di “commisurarsi” con lui (A. Dagnino).

PREGHIERA


Gesù, tu mi dici che il tuo corpo «è vero cibo»

e il tuo sangue «vera bevanda»:

come vorrei che queste parole fossero davvero creative,

cioè producessero ciò che significano!

Come vorrei diventare come un’umanità aggiunta alla tua:

lasciarmi assimilare da te in modo da poter dire con Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me».

Non più io che penso-parlo-agisco, ma tu che pensi-agisci-parli in me e con me!

Capisco bene che sei tu «il Verbo della vita» e perciò in proporzione che io aderirò a te, solo allora la mia vita sarà vera, perché piena di te. Tu mi dici: «Chi si ciba di me, io rimango in lui e lui in me»:

come vorrei lavorare, pensare, parlare, rimanendo in te!

Tu mi dici: «Senza di me, non potete fare nulla»!

Come vorrei non fare per davvero “nulla” senza essere ispirato, comandato, informato da te!

Se tutto in me fosse “cristocomandato”, un po’ alla volta la mia voce, così spesso alterata e nervosa, assumerebbe il timbro dolce e soave, mite e mansueto della tua, voce del buon pastore!

Domenica 14 giugno 2009


PARROCCHIA S. GIORGIO M.

Foglio per i lettori

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO B)

PRIMA LETTURA (Es 24,3-8)
Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi.

Dal libro dell’Èsodo

In quei giorni, Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!».
Mosè scrisse tutte le parole del Signore. Si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore.
Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».
Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!».
Parola di Dio

SALMO RESPONSORIALE (Sal 115)
Rit: Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore.

Che cosa renderò al Signore,
per tutti i benefici che mi ha fatto?
Alzerò il calice della salvezza
e invocherò il nome del Signore. Rit.

Agli occhi del Signore è preziosa
la morte dei suoi fedeli.
Io sono tuo servo, figlio della tua schiava:
tu hai spezzato le mie catene. Rit.

A te offrirò un sacrificio di ringraziamento
e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore
davanti a tutto il suo popolo. Rit.

SECONDA LETTURA (Eb 9,11-15)
Il sangue di Cristo purificherà la nostra coscienza.

Dalla lettera agli Ebrei

Fratelli, Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna.
Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?
Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa.
Parola di Dio

SEQUENZA
[Sion, loda il Salvatore, / la tua guida, il tuo pastore

con inni e cantici.

Impegna tutto il tuo fervore: / egli supera ogni lode,

non vi è canto che sia degno.

Pane vivo, che dà vita: / questo è tema del tuo canto,

oggetto della lode.

Veramente fu donato agli apostoli riuniti

in fraterna e sacra cena.

Lode piena e risonante, gioia nobile e serena

sgorghi oggi dallo spirito.

Questa è la festa solenne

nella quale celebriamo la prima sacra cena.

E il banchetto del nuovo Re,

nuova, Pasqua, nuova legge;

e l'antico è giunto a termine.

Cede al nuovo il rito antico,

la realtà disperde l'ombra: luce,

non più tenebra.

Cristo lascia in sua memoria

ciò che ha fatto nella cena: noi lo rinnoviamo,

Obbedienti al suo comando,

consacriamo il pane e il vino, ostia di salvezza.

È certezza a noi cristiani:

si trasforma il pane in carne, si fa sangue il vino.

Tu non vedi, non comprendi,

ma la fede ti conferma, oltre la natura.

È un segno ciò che appare:

nasconde nel mistero realtà sublimi.

Mangi carne, bevi sangue;

ma rimane Cristo intero in ciascuna specie.

Chi ne mangia non lo spezza,

né separa, né divide: intatto lo riceve.

Siano uno, siano mille, ugualmente lo ricevono:

mai è consumato.

Vanno i buoni, vanno gli empi;

ma diversa ne è la sorte: vita o morte provoca.

Vita ai buoni, morte agli empi:

nella stessa comunione ben diverso è l'esito!

Quando spezzi il sacramento

non temere, ma ricorda:

Cristo è tanto in ogni parte, quanto nell'intero.

È diviso solo il segno non si tocca la sostanza;

nulla è diminuito della sua persona.]

Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini,

vero pane dei figli: non dev'essere gettato.

Con i simboli è annunziato, / in Isacco dato a morte,

nell'agnello della Pasqua, / nella manna data ai padri.

Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi:

nutrici e difendici,

portaci ai beni eterni nella terra dei viventi.

Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra,

conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi.

Canto al Vangelo (Gv 6,51)
Alleluia, alleluia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore,
se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.
Alleluia.

VANGELO (Mc 14,12-16.22-26)
Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue.

+ Dal Vangelo secondo Marco

Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
C – Fratelli e sorelle carissimi, nella Cena pasquale Gesù, nostro Signore, ha donato il suo Corpo e il suo Sangue per la vita del mondo. Purificati e redenti dal suo sacrificio pasquale, innalziamo al Padre la nostra supplica.

L - Preghiamo insieme e diciamo:Rinnova l’Alleanza con il tuo popolo, Signore.

1. Il Papa, i Vescovi e i Presbiteri celebrino sempre con rinnovato stupore e devozione il memoriale della nuova alleanza; il loro esempio aiuti i fedeli a partecipare ai santi Misteri in modo attivo e consapevole. Preghiamo.

2. Il Padre conceda a quanti sono tormentati dal dubbio e dall’incredulità il dono della fede che li apre a cogliere nell’Eucaristia la presenza viva e reale di Cristo. Preghiamo.

3. La celebrazione dell’Eucaristia si prolunghi nel vivere quotidiano di ogni credente. Ognuno riconosca nel Sacramento dell’altare la fonte e il culmine che dà senso alla propria esistenza personale e alla storia universale. Preghiamo.

4. I cristiani perseguitati, i martiri dei nostri giorni e quanti rischiano la loro vita per i fratelli nel segno della fede trovino sempre nell’Eucaristia la forza e la speranza per la loro testimonianza. Preghiamo.

5. La potenza del sangue di Cristo purifichi i cuori di quanti hanno causato la forte crisi economica . Dia a tutti la forza per aiutare chi ha perso il lavoro. Preghiamo.

6. Quanti si nutrono del Corpo e del Sangue del Signore sappiano tradurre nella vita il mistero che celebrano nella fede. Preghiamo.

C – O Dio, ascolta le nostre suppliche in questo giorno a te consacrato e per la partecipazione ai santi Misteri, dona alla Chiesa, sparsa su tutta la terra, la gioia di sentirsi un solo corpo in Cristo Signore. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. T - Amen.

Parte della liturgia di oggi:...la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo.

PRIMA LETTURA (2Cor 1,1-7)
Dio ci consola affinché possiamo anche noi consolare quelli che sono nell’afflizione.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Timoteo, alla chiesa di Dio che è in Corinto e a tutti i santi dell’intera Acaia: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo.
Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consóla in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio.
Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione, la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo.
La nostra speranza nei vostri riguardi è ben salda, convinti che come siete partecipi delle sofferenze così lo siete anche della consolazione.

Parola di Dio

Gruppo Assistenza Volontaria Ospedalizzati (GAVO)

Una Associazione di Volontariato.

Gruppo Assistenza Volontaria Ospedalizzati (GAVO)

Opera dal 1984 presso l’Ospedale civile di Palmanova. Svolge mansioni prive di contenuto tecnico, ma ugualmente necessarie e utili: offerta di compagnia e sostegno psicologico, aiuto per i bisogni elementari (movimento, alimentazione, …). I volontari mettono a disposizione alcune ore del loro tempo libero a favore di altre persone che necessitano del loro aiuto. Queste sono alcune espressioni dette dai volontari: “Da questi incontri ricavo tanta pace e dolcezza”, “Ho dato così poco, ma ho ricevuto moltissimo”. L’associazione, dopo l’iniziale buona riposta, ora si trova in difficoltà per la mancanza di persone. Ora il GAVO lancia un appello alle persone che desiderano collaborare mantenendo in vita questo servizio alla persona. Chi è interessato può telefonare presso la segreteria del GAVO (0432 923130) presso l’Ospedale a Jalmicco che è aperta tutti i giovedì dalle ore 9.00 alle ore 11.00.

Calendario settimanale 7 giugno 2009

Domenica 7 giugno 2009


PARROCCHIA SAN GIORGIO M.

FOGLIO PER I LETTORI

SANTISSIMA TRINITA' (ANNO B)


PRIMA LETTURA (Dt 4,32-34.39-40)
Il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro.

Dal libro del Deuteronòmio

Mosè parlò al popolo dicendo:
«Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità all’altra dei cieli, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?
O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore, vostro Dio, in Egitto, sotto i tuoi occhi?
Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n’è altro.
Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti do, perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà per sempre».
Parola di Dio

SALMO RESPONSORIALE (Sal 32)
Rit: Beato il popolo scelto dal Signore.

Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra. Rit.

Dalla parola del Signore furono fatti i cieli,
dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.
Perché egli parlò e tutto fu creato,
comandò e tutto fu compiuto. Rit.

Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame. Rit.

L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo. Rit.

SECONDA LETTURA (Rm 8,14-17)
Avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!».

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!».
Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.
Parola di Dio

Canto al Vangelo (Ap 1,8)
Alleluia, alleluia.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo,
a Dio, che è, che era e che viene.
Alleluia.

VANGELO (Mt 28,16-20)
Battezzate tutti i popoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
Abbiamo ricevuto lo Spirito da figli, per mezzo del quale possiamo rivolgere al Padre le nostre preghiere, in Cristo Gesù.
Lo invochiamo dicendo: Ascoltaci, o Signore.

1. Rendici sempre consapevoli della tua presenza nella nostra vita, in modo da essere segno nel mondo della tua presenza, preghiamo.
2. Fa' che siamo attenti alla tua Parola, per riconoscerti presente nella vita della Chiesa e nelle situazioni quotidiane, preghiamo.
3. Fa' che sappiamo essere sempre degni del dono della libertà che Tu ci hai conquistato per mezzo della Tua croce, attraverso la fedeltà ai tuoi comandamenti, preghiamo.
4. Tu che hai donato speranza e vita a tutti coloro che ti hanno incontrato, rendici capaci di interessarci concretamente ai popoli e alle persone che non hanno il necessario per vivere, preghiamo.
5. Fa' che la Chiesa sappia parlare a tutti, in particolare ai giovani, perché possano incontrare in te la fonte della vera gioia, preghiamo.
6. Tu che ai discepoli affidi la missione dell'annuncio del Regno, fa' che tutti i cristiani vivano con gioia e generosità la propria vocazione a servizio del mondo intero, preghiamo.

O Dio nostro Padre, perfetta Comunione, nella tua misericordia accogli le nostre preghiere e donaci ciò che è veramente necessario per la nostra vita: il primo dono necessario è proprio la tua presenza, lo Spirito Santo in noi. Per Cristo nostro Signore.

Commento alla parola domenica 7 giugno 2009



Trinità: immagine dell'Amore di Dio

La profondità del


Mistero chiede la semplicità dello sguardo: la contemplazione del cuore accompagna il credente nella “visione di Dio”. Non saranno, dunque, le nostre logiche a scandagliare le vie di Dio, ma piuttosto l’intensità della sua luce ad illuminare la nostra ricerca.

Non è un Dio lontano dalla storia dell’uomo: anzi la storia diventa riflesso e svelamento della sua identità: Il Signore è Dio lassù nei cieli, e quaggiù sulla terra. È nella storia, infatti, che l’uomo coglie il movimento discendente della Trinità: riconosce e accoglie il “venire” di Dio-Amore a lui, un “incarnarsi” della sua parola e della sua azione nelle pieghe delle vicende umane miserevoli: Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Dio invita Mosè a farsi portavoce presso il popolo della Sua prossimità, perché il popolo si arrenda alla meraviglia e allo stupore. “Yhwh” è voce del verbo Amare: Io sono colui che sono, è il nome “verbale” di Dio che coniuga il dinamismo e l’efficacia del suo Amore. L’esistere di Dio coincide perfettamente con il suo pro-esistere, un essere a favore di qualcun altro, verso il quale compie azioni prodigiose di bontà, di misericordia e di soccorso. La rivelazione dell’Amore di Dio è graduale; attraversa tutto il processo biblico della Parola, manifestando con sempre più evidenza che tutte le parole della rivelazione biblica vanno a condensarsi nell’unica grande verità: Deus caritas est!

La rivelazione di Dio si cristallizza definitivamente e totalmente nella realtà dell’Amore. Solo l’Amore può “definire” Dio! E prima di dire che Dio è capace di amare l’uomo, era indispensabile che la Bibbia ci facesse scoprire che Dio è in se stesso Amore, e proprio per questo non può essere “solitudine”, bensì comunione trinitaria. La rivelazione della Trinità provoca il movimento ascendente dell’uomo verso l’Amore: “Abbà, Padre!”.

Se Dio è Amore, ha bisogno di un cuore in grado di riconoscerlo; l’accoglienza della Verità dell’Amore ha bisogno di questa profonda sintonia tra il suo Amore e il cuore dell’uomo. Darò loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo metterò dentro di loro; toglierò dal loro petto il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne, perché seguano i miei decreti e osservino le mie leggi e li mettano in pratica; saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio” (Ezechiele)

Gesù, nella notte di Nicodemo, porta la luce dell’amore del Padre: Dio ha tanto amato il mondo…. Quella notte non sarà più notte nella misura in cui la fede spalanca il cuore di Nicodemo alla rivelazione dell’Amore. Papa Benedetto XVI, durante la Veglia di Pentecoste del 3 giugno 2006, ha affermato: “In Gesù Cristo Dio stesso si è fatto uomo e ci ha concesso, per così dire, di gettare uno sguardo nell'intimità di Dio stesso. E lì vediamo una cosa del tutto inaspettata: in Dio esiste un Io e un Tu. Il Dio misterioso e lontano non è un'infinita solitudine, Egli è un evento di amore. Se dallo sguardo sulla creazione pensiamo di poter intravedere lo Spirito Creatore, Dio stesso, quasi come matematica creativa, come potere che plasma le leggi del mondo e il loro ordine e poi, però, anche come bellezza, adesso veniamo a sapere: lo Spirito Creatore ha un cuore. Egli è Amore. Esiste il Figlio che parla col Padre. Ed ambedue sono una cosa sola nello Spirito che è, per così dire, l'atmosfera del donare e dell'amare che fa di loro un unico Dio. Questa unità di amore, che è Dio, è un'unità molto più sublime di quanto potrebbe essere l'unità di un'ultima particella indivisibile. Proprio il Dio trino è il solo unico Dio”.

È il mistero dell’Amore che solo Dio sa coniugare perfettamente al plurale, ecco perché il suo essere Amore coincide con il suo essere Trinità; “Dio è Amore… Queste parole della Prima Lettera di S. Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio, e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino… L’amore di Dio per noi è questione fondamentale per la vita e pone domande decisive su chi è Dio e chi siamo noi” (Benedetto XVI).

Tutta la nostra vita cristiana deve diventare trasparenza e riflesso dell’Amore della Trinità. “Se vedi la carità, vedi la Trinità” (S. Agostino). L’amore di Dio è un amore perfetto, puro, gratuito e totale: “Dio ama, e questo suo amore può essere qualificato senz’altro come eros, che tuttavia è anche e totalmente agape…viene donato del tutto gratuitamente, è amore che perdona, è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso” (Benedetto XVI).


Celeste Gerusalemme - Terza e ultima parte

Il salesiano "memoria storica" d’Israele

Fonte(tratto dal mensile JESUS ed. San Paolo)

L’uomo che si appoggia a un bastone e cammina a piccoli passi nei lunghi corridoi del monastero di Bet Gemal è una reliquia vivente del cristianesimo in Terra Santa. Nato nel 1922 a San Benigno Canavese, il padre salesiano Domenico Dezzutto è arrivato in Medio Oriente nel 1937 e da allora non l’ha più lasciato. Ora vive in cima a questa collina, distante una trentina di chilometri da Gerusalemme, in un luogo silenzioso circondato da palme, cipressi e ulivi. «Sono arrivato in Terra Santa quando avevo solo 15 anni», racconta, «per compiere il noviziato al monastero di Cremisan. Mentre studiavo ci fu la Seconda guerra mondiale e insieme ad altri 115 salesiani fui internato dagli inglesi in un campo presso Betlemme, dove riuscii a continuare i miei studi di teologia. Così nel 1948 sono divenuto sacerdote».

Domenico Dezzutto diventa prete nello stesso anno in cui nasce lo Stato di Israele. Vari incarichi lo portano a viaggiare per tutto il Medio Oriente: Istanbul, Aleppo, il Cairo e Betlemme. Poi arriva a Bet Gemal, dove il monastero ha ospitato per molto tempo una scuola agricola. All’esterno dell’edificio si trova anche la più antica stazione meteorologica d’Israele, del quale padre Dezzutto è stato responsabile per diversi anni. Dal 1937 a oggi padre Domenico è stato testimone diretto della diaspora delle comunità cristiane del Medio Oriente. «Quando sono arrivato qui», ricorda, «eravamo undici novizi, ora invece siamo a corto di vocazioni. Anche i laici cristiani se ne vanno. Fino al 1948 molti di loro magari andavano all’estero a studiare, poi però tornavano nella regione. Ormai, invece, chi parte non torna più». Vanno via perché non vedono un futuro: «Se uno pensa all’avvenire dei figli non può che andarsene. Non c’è futuro per le famiglie. Come si fa a vivere e lavorare in un luogo come Betlemme, ormai trasformato in una prigione a cielo aperto?».

Il Papa alla Moschea della Roccia.
Il Papa alla Moschea della Roccia
(foto Osservatore Romano/AP ).

Padre Domenico rimpiange il tempo in cui la convivenza fra cristiani, ebrei e musulmani era più facile. «C’erano i problemi, ma si superavano per convenienza (tutti facevano affari con tutti) e con il rispetto reciproco. Ora invece è cresciuto l’estremismo di chi grida "è tutto mio!"». Dall’ampio giardino che circonda il monastero padre Domenico punta il bastone verso la valle di fronte, dove si sta espandendo la città di Bet Shemesh. In uno dei quartieri periferici si notano le nuove abitazioni, tutte uguali, di una comunità di ebrei ultraortodossi. «Una volta», aggiunge, «ci si capiva meglio. Gli ebrei arrivati qui dall’Europa orientale conoscevano bene i cristiani e il cristianesimo. Molti di loro dovevano la loro salvezza proprio all’aiuto delle famiglie cattoliche. Adesso è diverso. Gli ultraortodossi provengono tutti da New York, hanno uno spirito più patriottico, mirano ad affermare una identità». Nonostante le difficoltà, padre Domenico e i suoi confratelli continuano a praticare l’accoglienza, soprattutto verso gli ebrei, che vengono numerosi a visitare il monastero. «L’anno scorso abbiamo accolto fra gli 80 e i 100 mila visitatori». Padre Dezzutto, che cosa racconta a chi la viene a trovare? «Non mi stanco di gettare semi», risponde, «e ai giovani ricordo sempre di tenere il cuore aperto verso Dio e verso tutti gli uomini».

Roberto Zichittella

Celeste Gerusalemme - seconda parte

Quel "piccolo resto" di giudeo-cristiani

Fonte

La sua biografia sembra un compendio della storia del XX secolo: nato in Sudafrica da una coppia di ebrei tedeschi fuggiti dal nazismo, negli anni Settanta viene mandato dai genitori in Israele per allontanarlo dalle tensioni legate all’apartheid; qui studia all’università ebraica ma impara anche l’arabo e, dopo l’incontro con il cristianesimo grazie a una suora ortodossa russa, inizia un lungo percorso che lo porterà a battezzarsi e, già trentenne, a entrare nella Compagnia di Gesù. Oggi, padre David Neuhaus, è il vicario di una comunità di frontiera, quella dei cattolici che vivono «nel cuore della società israeliana ebraica».

  • Come è la sua comunità?

«I cattolici di espressione ebraica sono per la maggior parte ebrei israeliani, anche se ci sono anche immigrati russofoni, arrivati in Israele grazie alla "legge del ritorno", che solo con il tempo diventeranno ebreofoni e si integreranno nella società israeliana. È difficile fornire un dato preciso su quanti siano questi cattolici: molti non sanno nemmeno della nostra esistenza. In occasione delle grandi feste siamo circa 400, anche se per la vita quotidiana e per la Messa domenicale siamo intorno alle 200-250 persone. Ma credo che il numero dei cattolici che parlano ebraico e vivono nella società ebraica sia maggiore».

  • E la vita degli ebrei cattolici?

«È una vita un po’ speciale, perché viviamo in una società definita dalla tradizione ebraica e i nostri fedeli, pur in maggioranza israeliani, non sono tutti di nascita ebraica: alcuni hanno sposato ebrei, altri sono arrivati qui per vari motivi e sono diventati israeliani, altri non hanno nemmeno la cittadinanza. Ma il fatto di vivere in Israele influenza la nostra comunità, a cominciare dalla lingua: la nostra vita cristiana è totalmente in ebraico, tutte le preghiere sono in ebraico e l’unica lingua che abbiamo in comune, pur venendo da tradizioni molto diverse, è proprio l’ebraico».

  • La comune radice ebraica si riflette sulla vita della comunità?

«Per noi, è molto importante rispettare la tradizione ebraica, specialmente nella misura del tempo, nel calendario, nelle feste. Qui il giorno di riposo è il sabato e per molti fedeli è più facile venire a pregare il sabato, piuttosto che la domenica. Quindi, celebriamo la Messa il sabato sera. Allo stesso modo, le feste israeliane sono importanti per i nostri fedeli e per i nostri bambini, che vanno alle scuole laiche israeliane».

Il Papa nella cripta della Natività.
Il Papa nella cripta della Natività
(foto Osservatore Romano/AP ).

  • La Chiesa cattolica in Terra Santa è una Chiesa in larghissima parte araba. Come sono i rapporti degli ebrei cattolici con il resto della comunità cristiana?

«In città come Tel Aviv-Jaffa e Haifa i rapporti sono abbastanza normali e naturali. Ad esempio, a Be’er Sheva l’unica parrocchia cattolica è quella di lingua ebraica e gli arabi, che vengono prevalentemente dalla Galilea per lavorare, in chiesa pregano in ebraico. Per loro, il parroco ha aperto un centro, gestito da una donna araba, che fa catechismo in arabo. I problemi sono a Gerusalemme, dove c’è un po’ più di tensione. Anche qui, però, i capi della Chiesa dettano il "tono" alla vita dell’intera comunità, un tono di unità e di testimonianza. È molto importante che la Chiesa e i cristiani, sia di provenienza araba sia ebraica, siano uniti e facciano "un solo corpo" in Cristo. Anche se sul piano politico, culturale, sociale non sempre c’è unità, è importante che nella fede questa unità ci sia. E tocca a noi dare questo messaggio».

  • In che modo?

«Le racconterò un episodio recente. Abbiamo avuto un’ordinazione per il nostro vicariato, il che è abbastanza raro: un giovane di origine polacca, che vive qui da un certo tempo e parla ebraico, è diventato prete e servirà nella comunità ebreofona. Alla sua ordinazione un diacono arabo giordano ha letto il Vangelo in ebraico. Quindi, il giovane prete ha detto una parola di ringraziamento in arabo. Io stesso sono molto impegnato nella Chiesa araba, insegno al seminario del Patriarcato latino, che è nei Territori, e all’Università cattolica di Betlemme, dove tutti i miei studenti sono arabi, palestinesi o giordani».

  • Come valuta il viaggio di Benedetto XVI?

«È stato lo stesso Papa a dare il tono della sua visita, dicendo "Io vengo per pregare per la pace e l’unità". Noi vogliamo camminare su questa strada. Abbiamo sempre in mente quanto è scritto nella lettera di Paolo agli Efesini: "Ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione" (2,14). Certo, è una sfida in una terra come questa. Ma la Chiesa può dare un tono diverso a quello che domina nella società».

Foglio della Collaborazione Pastorale Di San Giorgio di Nogaro

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