Se torna l’uomo forte

Un importante saggio dell’autorevole filosofo e sociologo tedesco Ralph Dahrendorf, pubblicato dalla rivista l’Internazionale.

Tutti i paesi dell’europa occidentale e del Nordamerica sono ricchi. Poche altre nazioni nel mondo hanno lo stesso reddito pro capite: il Giappone, Singapore, Israele, i paesi produttori di petrolio. Gli ambiziosi paesi emergenti avranno bisogno di un’altra generazione per raggiungere il livello dell’occidente, e di molto più tempo per distribuire la ricchezza nello stesso modo. Gli occidentali, però, sono diventati più insicuri: hanno scoperto che il loro benessere non è affatto scontato. Per la prima volta nella storia, i genitori statunitensi devono dire ai loro figli: “Probabilmente non starete bene come noi”. Questa preoccupazione, che a volte è così forte da diventare paura, dipende da molti fattori. Parlare di cicli congiunturali o ricordare che nella vita niente cresce all’infinito sarebbe un discorso troppo astratto. Meglio limitarsi a constatare che i paesi occidentali hanno avuto una fiducia eccessiva nelle loro forze. Il reddito è aumentato senza sosta, ma allo stesso tempo sono cresciute le pretese nei confronti dei servizi dello stato, cioè quello che chiamiamo welfare state. Così le nuove generazioni devono pagare i costi del benessere delle generazioni precedenti. La conseguenza è un aumento preoccupante dell’indebitamento pubblico. A questo punto la ribellione dei più giovani è solo una questione di tempo. Inoltre ci sono intere zone del pianeta abitate da nuovi ricchi che vogliono partecipare ai vantaggi del benessere. I paesi occidentali sono costretti a misurarsi con un mercato globalizzato molto competitivo e hanno capito che è più facile creare il benessere che mantenerlo.

I disoccupati della classe media

Già nel decennio scorso è comparso un fenomeno preoccupante, la joblessgrowth, cioè la crescita caratterizzata dall’aumento del pil ma dalla creazione di pochi posti di lavoro spesso malpagati. I lavori ben retribuiti sono sempre meno e molti rifiutano di adattarsi a un’occupazione precaria. A volte, inoltre, l’eccesso di regolamentazione rallenta la creazione di nuovi posti di lavoro. Il risultato è che oggi la perdita di benessere e la disoccupazione non minacciano solo chi è già svantaggiato ma soprattutto la classe media, limitando drasticamente le possibilità di ascesa sociale. I disoccupati della classe media rappresentano una potenziale minaccia per una società libera. Negli anni trenta furono determinanti per il successo dei movimenti autoritari e totalitari. I paesi occidentali sono di fronte a un dilemma. Per mantenere il benessere devono restare competitivi. Ma in un mercato mondiale globalizzato questo richiede tagli e cambiamenti strutturali. Quanto sia complicato e doloroso compierli, lo dimostrano le difficoltà incontrate in questi ultimi anni dai governi europei. Dove sono stati realizzati, per esempio in Gran Bretagna, sono stati pagati a caro prezzo: l’aumento del pil e dell’occupazione è stato garantito dalla riduzione delle imposte, dai tagli ai servizi sociali, dall’aumento del precariato, dalla deregolamentazione. Tutte misure che fanno aumentare il divario tra i redditi più alti e i salari più bassi. Povertà ed esclusione sono evidenti. I nuovi lavori sono più occupazioni occasionali che impieghi stabili. Anche le imprese nascono e muoiono a ritmi vertiginosi. L’economia cresce, ma le persone stanno peggio. La ricchezza non produce più benessere.

Si può parlare ancora di una società solidale e civilizzata?

A parte il malcontento della classe media, questa situazione può mettere a rischio la libertà. L’appello dei cittadini a fare qualcosa, diventa subito una richiesta di leader “forti”. Nella confusione generale, la domanda di legalità e di ordine diventa sempre più forte. Alcuni arrivano a dire che quando le persone non accettano i lavori offerti, bisognerebbe costringerle attraverso forme di servizio obbligatorio, il workfare, cioè l’accettazione di certi lavori come condizione per godere di una serie di diritti sociali. La dissoluzione del vecchio mercato del lavoro indebolisce innanzitutto le forme tradizionali di controllo sociale. Cosa verrà dopo? Uno stato più forte che punisce severamente chi getta per strada i mozziconi d isigaretta? Uno stato che controlla tutti i cittadini attraverso un’organizzazione capillare, condominio per condominio? Non si tratta di esempi inventati, ma della realtà di Singapore,dove i giornali devono dare conto di ogni minima critica e i parlamentari dell’opposizione possono essere arrestati per qualsiasi manifestazione di protesta contro il governo.

Privilegi ed esclusione

La società ricca, la società buona e la società libera – cioè la concorrenza, la solidarietà sociale e la democrazia liberale – non sono la stessa cosa. è un’illusione credere che il benessere possa garantire da solo la libertà e la solidarietà. La ricchezza di pochi o anche di molti non raggiunge automaticamente tutti gli altri: privilegi ed esclusione sociale restano. La libertà è una conquista continua. Può esserci benessere senza libertà e anche libertà nella povertà. Da queste premesse molti ricavano, esplicitamente o implicitamente, brutti presagi. Dobbiamo deciderci, dicono: si può essere ricchi e liberi, ma non essere anche buoni. Si può essere buoni e liberi,ma allora dobbiamo rinunciare al benessere. E possiamo essere ricchi e buoni,o quanto meno socialmente giusti, ma allora bisogna fissare dei limiti alla libertà. Insomma, si possono soddisfare due condizioni alla volta, ma tutte e tre no. E si fanno gli esempi degli Stati Uniti (il capitalismo anglosassone), della Germania (l’economia sociale di mercato), di Singapore (il capitalismo asiatico). Il capitalismo puro esiste solo nei manuali di economia delle università americane. Nella realtà ci sono tante forme di capitalismo. In Europa, per esempio, c’è il capitalismo familiare italiano, che ha dato prova di una grande capacità di adattamento e potrebbe perfino rappresentare un modello in grado di coniugare mobilità economica e solidarietà sociale, e c’è l’economia sociale di mercato della Germania, che di certo non sarà cancellata dalla globalizzazione. Non bisogna farsi intimidire dai modelli dei manuali. E’ proprio questa la straordinaria conseguenza della caduta del Muro di Berlino: non viviamo più in un mondo caratterizzato da sistemi antagonisti, ma in un mondo aperto in cui economia di mercato e democrazia sono compatibili con tutte le particolari tradizioni della cultura economica e politica locale. Proviamo allora a delineare cinque direttrici socioeconomiche da cui partire per ottenere la quadratura del cerchio, cioè una società ricca, buona e allo stesso tempo libera. E la prima è proprio la particolare cultura, anche economica, di ogni paese. Ci sono almeno due categorie di persone interessate allo sviluppo delle imprese. La prima è quella dei soci, che cercano di far crescere il valore delle partecipazioni. Il loro interesse è il cosiddetto shareholder value: vogliono che le imprese valgano molto in borsa, non solo per incassare ricchi dividendi, ma anche per poter vendere le quote con una sostanziosa plusvalenza. La seconda categoria è quella di chi non possiede delle partecipazioni in un’impresa ma è comunque interessato alla sua stabilità. Ne fanno parte i dipendenti, i comuni in cui operano le aziende, i fornitori, i clienti. Questi sono glistakeholder, che hanno un interesse indiretto ma al tempo stesso molto concreto: gli stipendi per i dipendenti, le imposte per il comune, il fatturato per i fornitori.
Le culture economiche si differenziano nettamente tra loro per il signiicato che attribuiscono a queste due categorie. Nelle economie degli stakeholder conta il volume d’affari, in quelle degli shareholder conta il profitto. La Germania è un’economia di stakeholder, come dimostrano la partecipazione dei lavoratori all’amministrazione delle aziende, i legami tra imprese e comuni, gli accordi di fornitura di lungo periodo, il valore attribuito alla fiducia dei clienti. La Gran Bretagna, invece, è un’economia di shareholder. Ma a Londra, oggi, i politici discutono se si debba dare più peso agli stakeholder. Ogni volta che il tema viene rilanciato dalla sinistra, però, la destra ripete puntualmente una critica: in questo modo si danneggia il benessere economico britannico. Quello che conta sono gli azionisti, gli shareholder, soprattutto perché molti cittadini hanno un interesse diretto al valore di borsa delle imprese attraverso i fondi pensione e le società di assicurazione. Per questo,quindi, in alcuni paesi l’economia privilegia i risultati a breve termine e in altri quelli a lungo termine. In certi paesi i profitti vengono distribuiti e in altri vengonore investiti. Un’economia degli stakeholder, però ,può risultare anche dispendiosa e rigida. Nonostante le molte resistenze, infatti, è inevitabile che in futuro anche le imprese tedesche si orientino di più verso il profitto. Bisogna chiedersi fino a che punto si può spingere questo processo senza rischiare di perdere i vantaggi indubitabili della cultura degli stakeholder. Il problema è che per essere competitivi sul mercato globale il costo del lavoro deve essere conveniente. Questa è la seconda questione. Tredici mensilità di stipendio, le ferie, i giorni di malattia, la settimana corta e i costi diretti della rete di previdenza sociale rendono la vita difficile alle imprese tedesche. Ma questi diritti sono allo stesso tempo l’asse portante del benessere nazionale: in Germania è impossibile modificarli senza scatenare ondate di protesta. Per questo è necessaria innanzitutto una concezione chiara di come dovrà essere lo stato sociale in futuro e di come costruirlo senza distruggere tutto quello che sta a cuore a molti cittadini. Si tratta di un nuovo equilibrio tra prestazioni garantite ai singoli e obblighi verso la collettività. Per essere più precisi, per il welfare di domani sono importanti tre pilastri: dovrà essere statale, cioè le prestazioni dovranno essere pagate con le entrate fiscali; i diritti dovranno essere finanziati dai datori di lavoro e dai dipendenti; i contributi dovranno essere individuali e volontari. Il primo e il secondo di questi pilastri si ridurranno, mentre il terzo crescerà.

Molti intellettuali si sono occupati della società buona

Studiosi come Walter Lippmann, Robert Bellah e AmitaiEtzioni si sono concentrati sul concetto di comunità. Questo è il terzo tema centrale per la quadratura del cerchio. Si è parlato di valore borsistico anglosassone e di economia familiare italiana. In Germania l’asse portante della forza economica e sociale è la Gemeinde, il comune, in particolare le città piccole e di medie dimensioni. Ogni indebolimento della Gemeinde penalizza sia il benessere sia la solidarietà sociale. Oggi la globalizzazione sta riducendo la forza delle piccole comunità, al punto che molti hanno lanciato lo slogan “pensare globalmente, agire localmente”. Sarebbe molto rischioso, infatti, se continuassero le tendenze accentratrici di questi ultimi anni e se la capacità finanziaria dei comuni fosse ulteriormente indebolita. Purtroppo le comunità locali non hanno molti mezzi per difendersi: in Germania i Länder possono rivolgersi al Bundesrat (il senato federale), mentre i consigli comunali possono al massimo puntare sui parlamentari dei singoli collegi elettorali. Il nesso tra economia e comune è particolarmente evidente nel sistema bancario tedesco. Senza le banche cooperative e quelle comunali, la struttura decentrata dell’economia tedesca crollerebbe. Inoltrei comuni tedeschi possono puntare sulle casse di risparmio per molti progetti che in altri paesi sono faticosamente realizzati attraverso finanziamenti misti pubblici e privati.

Il volontariato

I comuni sono anche il luogo dove è più forte la presenza di quelle attività che possiamo definire volontarie. E questo è il quarto tema. Il cosiddetto terzo settore, o settore del volontariato, dovrà diventare, accanto allo stato e alle imprese private, un elemento centrale di una società ricca e allo stesso tempo buona. Gli esempi più efficaci del “comunitarismo” di Amitai Etzioni si trovano in quelle società dove i singoli sostituiscono lo stato nelle attività che l’amministrazione pubblica non può più sostenere. Come l’assistenza agli anziani malati. Il finanziamento delle ong attraverso lotterie o concerti ha raggiunto ovunque proporzioni notevoli. Il fatto che le persone donino volontariamente tempo e denaro sta diventando un elemento fondamentale della società buona. Anche qui vale la pena di accennare alle differenze culturali. Nelle società stataliste del continente europeo, soprattutto in Germania e in Francia, il terzo settore ha più difficoltà di quante ne incontra nelle vecchie società borghesi del mondo anglosassone. Spesso le grandi fondazioni finanziano le iniziative pubbliche insieme allo stato invece di agire per conto loro. Ma in questo campo stanno cambiando molte cose. E il punto di partenza sono ancora una volta le comunità locali: una garanzia contro la lacerazione del tessuto sociale è la partecipazione dei cittadini alle associazioni, dai vigili del fuoco volontari agli enti sportivi e di beneficenza. A causa delle difficoltà finanziarie, in futuro i governi saranno disposti più di prima a cedere determinati compiti ai privati. Quindi saranno utili al volontariato degli incentivi basati sulle agevolazioni fiscali. E, soprattutto, bisognerà evitare ogni eccesso di regolamentazione: il volontariato funziona meglio quando è un caos creativo fatto di organizzazioni piccole e grandi, ognuna con una finalità propria, anche se in contrasto tra loro. Le iniziative spontanee e volontarie ci portano – e questo è il quinto punto – al tema degli esclusi dalla società, che sta diventando particolarmente urgente nelle economie moderne. Oggi, in un’economia in crescita, non è più necessario includere tutti, né come lavoratori né come consumatori. Prima la diseguaglianza era un grande tema della riforma sociale, perché si partiva dal presupposto che tutti fossero necessari. Oggi la diseguaglianza è diventata relativamente sopportabile perché colpisce chi è meno integrato nel tessuto sociale. Chi fa parte del mercato del lavoro, della comunità politica, della società può spesso migliorare le sue condizioni con le proprie forze. Ci sono però molte persone che non ne fanno parte: disoccupati di lunga data che hanno perso l’accesso al mercato del lavoro, stranieri che non godono dei diritti politici. Ci sono fin troppe persone che non osano neanche entrare nei ristoranti o nei supermercati e vivono in disparte, ai margini, spesso di stenti. L’esclusione sociale può essere sopportabile per l’economia, ma non per la società. Una società che esclude non crede davvero nei suoi valori, cioè i diritti civili fondamentali per tutti. Una società di questo tipo non può meravigliarsi se altri – tra cui i suoi stessi membri, soprattutto i giovani – violano deliberatamente i valori condivisi. Non sono gli esclusi quelli che infrangono per primil e regole del diritto e dell’ordine: è la loro stessa esistenza la causa scatenante di queste infrazioni. Le diseguaglianze sociali del passato creavano quelle contraddizioni che si possono definire lotte di classe. Oggi l’esclusione sociale produce quella sensazione diffusa e fondata di non essere più al sicuro né per la strada né in casa propria. Chi vuole vivere in una società civile e in cui si rispettano le leggi dovrebbe volere l’inclusione di tutte le persone che vivono nel paese.

Nuovo autoritarismo

Una società ricca è caratterizzata da un alto reddito pro capite unito a una distribuzione della ricchezza che garantisce a tutti delle opportunità e alla maggior parte dei cittadini un tenore di vita decente. Una società buona, invece, è più difficile da definire: è complicato applicare categorie morali alle società. Si può pensare a una società che vive dell’iniziativa spontanea delle persone, che non esclude e in cui prevale una solidarietà sufficiente a non lasciare cadere nessuno, in linea di principio, attraverso le maglie della rete. Ma oltre alla società ricca e a quella buona, la quadratura del cerchio che abbiamo proposto è composta da un terzo elemento: la società libera. E’ proprio questo oggi il terreno più rischioso. Alcune società sono disposte a sacrificare le libertà politiche per raggiungere obiettivi economici e sociali. In questo modo si diffonde la convinzione che il cambiamento sia possibile solo limitando la libertà. Il pericolo di un nuovo autoritarismo è evidente. Questo fenomeno ha delle cause precise. I cambiamenti necessari per essere economicamente competitivi sono doloros ie non si può certo pretendere che l’elettorato li accetti passivamente. Così cresce la tentazione di sospendere in qualche modo il processo democratico, governando attraverso decreti o grandi coalizioni. Questa tendenza è rafforzata dalla difficoltà di trovare risposte democratiche a problemi evidenti. Non si potrebbero costringere i disoccupati a lavorare invece di sprecare il denaro dei contribuenti con i sussidi? Quando alcuni reati diventano più frequenti, non bisognerebbe stabilire pene più severe, soprattutto se a commetterli sono i giovani? La reazione inorridita dei progressisti non basta: chi vuole una società buona, oltre che libera, deve farsi venire in mente qualche idea. Il Partito laburista britannico si è rafforzato anche grazie al suo slogan Tough on crime, toug hon the causes of crime, duri con il crimine, duri con le cause del crimine. Bisogna varare provvedimenti duri contro i reati, ma combattere in modo altrettanto deciso le loro cause. Stare in guardia contro il nuovo autoritarismo è importante, perché non si presenta apertamente come una dittatura. Può consistere nello svuotamento strisciante dei diritti e delle libertà civili, e non necessariamente per opera di partiti estremisti, ma anche dei partiti dell’arco costituzionale. E probabilmente con il consenso dei cittadini.

La città pulita

Faccio solo un esempio. In un’intervista su un giornale ho letto: “Non è una città aperta, ma è pulita e non ci sono tossicodipendenti. Fino a non molto tempo fa era una colonia povera e sfruttata, dovesi soffriva la fame e c’erano malattie e altri problemi. Ora le persone sono tornate ad abitare in appartamenti di tre stanze, hanno un lavoro e le strade sono pulite”. E la libertà? “Al 90 per cento delle persone interessa più una vita migliore dal punto di vista materiale che il diritto di voto”. Non cerco polemiche spicciole, quindi non dirò di quale città si tratta. Né dirò chi è il magnate occidentale de imass media che l’ha elogiata in questo modo. L’esempio serve solo a evidenziare le tentazioni esercitate da un mondo ricco e socialmente controllato, ma senza libertà di parola e di associazione, senza elezioni e senza la garanzia dei diritti fondamentali. Il compito di cui stiamo parlando, quindi, non è affatto facile. Risolvere la paralisi del cambiamento senza ricorrere alla coercizione, competere sul mercato globale senza distruggere la solidarietà sociale: sono obiettivi a cui aspira in modo particolare chi ama la libertà. Forse non li raggiungeremo pienamente, ma dobbiamo fare del nostro meglio se vogliamo vivere in società ricche, buone e libere.

Ralph Dahrendorf
L’Internazionale 02/03/2009

Preghiamo Gesù per l'oratorio del 2009

Gesù buon Pastore, che sempre guardi con simpatia i bambini e i giovani,

ti preghiamo per il nostro Oratorio: fa che sia come una famiglia unita, una comunità viva, un luogo di vera giovinezza per tutta la comunità cristiana.

Signore, donaci l'amore perchè in Oratorio crescano armonia, concordia, collaborazione, stima reciproca, sana gara nel bene.

Signore, donaci la pazienza perchè i ritardi, le infedeltà, le mancanze di ciascuno di noi non siano motivo di divisione ma impegno a crescere anche nella fatica.

Signore, donaci il rispetto per ogni persona che viene in Oratorio con le sue doti e i suoi difetti perchè nel profondo, ognuno cerca te.

Signore, donaci la speranza perchè il bene è ciò che rimane e tu sai moltiplicare, anche oggi, il poco che sappiamo fare.

Sostieni coloro che guidano e sono al servizio per il nostro Oratorio perchè non li sorprenda scoraggiamento e sfiducia.

Sostieni i sacerdoti perchè siano fermento, segno e vincolo di unità.

Maria, madre tua e nostra, interceda presso di Te che vivi con il Padre e lo Spirito Santo nei secoli. Amen

Commento alla parola domenica 21 giugno 2009


NON AVETE ANCORA FEDE?


Lo schema letterario del vangelo di questa domenica, parte da una situazione di pericolo (la tempesta), passa attraverso l’invocazione fiduciosa dei discepoli spaventati «Maestro, non t’importa che moriamo?», per concludersi con l’intervento di Gesù sulla natura e con la duplice domanda circa la fede: domanda innanzitutto di Gesù: «Non avete ancora fede?», e domanda dei discepoli: «Chi è dunque costui...?». La domanda fondamentale a cui il racconto conduce è proprio quella finale: Chi è Gesù?

La signoria di Gesù sulle acque che tumultuano e minacciano rinvia certamente, nel linguaggio e nel simbolismo biblico, alle acque dell’esodo, quando Dio si rivelò al suo popolo, attraverso Mosè, come “liberatore”’. L’evangelista Matteo, infatti, nella sua redazione dello stesso episodio coglie bene questo parallelismo e usa, a proposito di Gesù, il verbo “salvare”: Gesù si rivela ora il vero “salvatore”! Marco, invece, lascia in sottofondo questo collegamento, per mettere in risalto la “reazione” degli uomini: egli pone al centro dell’attenzione il tema della fede. «Non avete ancora fede?», chiede infatti Gesù ai discepoli. Essi sono ancora dominati dalla loro paura.

E interessante notare che qui sembra esserci, nel testo, una contraddizione: Gesù interroga i discepoli a proposito della loro “fede” proprio quando essi si sono rivolti a lui apparentemente con fede: «Maestro, non t’importa che moriamo?». L’apparente contraddizione scompare se si riflette su quello che muove la “fede” dei discepoli: essi chiedono un intervento “interessato”, ciò che li muove è la preoccupazione per la loro pelle, essi sono ancora dominati dall’interesse a ottenere “qualcosa”.

Così sono anche tante nostre preghiere di domanda, espressione di una fede ancora molto imperfetta e che chiede “miracoli”. Sembra quasi che Gesù, nel testo di Marco, spinga i discepoli d’ogni tempo a una purificazione della loro fede e dell’immagine di Dio che la fonda: il Dio del vero credente sta oltre il mondo degli interessi terreni e le sue “leggi”, e quindi non può essere raggiunto solo a partire da questo mondo.

La fede è essere afferrati da ciò che ci riguarda incondizionatamente. L’uomo è, come ogni altro essere vivente, turbato dalla preoccupazione per molte cose, soprattutto dalla preoccupazione per quelle cose che condizionano la sua vita, come il cibo e la casa. E, a differenza degli altri esseri viventi, l’uomo ha anche bisogni sociali e politici. Molti di essi sono urgenti, alcuni molto urgenti e ognuno di essi può riguardare le cose quotidiane d’importanza essenziale tanto per la vita di ogni singolo uomo, quanto per quella di una comunità. Quando ciò accade, richiede la totale dedizione di colui che risponde affermativamente a questa pretesa; e ciò promette totale realizzazione, anche se tutte le altre esigenze dovessero essere sottomesse a essa o abbandonate per amor suo.

La fede, in quanto essere afferrati da ciò che ci riguarda incondizionatamente, è un atto di tutta la persona. Si verifica al centro della vita personale e abbraccia tutte le sue strutture. La fede è l’atto più profondo e più completo di tutto lo spirito umano [...]. Tutte le funzioni dell’uomo sono riunite nell’atto di fede (P. Tillich).


Apertura dell’Anno Sacerdotale

Il Sacerdozio è l'amore del cuore di Gesù”, soleva dire il Santo Curato d’Ars. Questa toccante espressione ci permette di evocare con tenerezza e riconoscenza l’immenso dono che i sacerdoti costituiscono non solo per la Chiesa, ma anche per la stessa umanità”: è uno dei pensieri iniziali della lettera con la quale Benedetto XVI introduce la Chiesa all’ANNO SACERDOTALE, che si è aperto il 19 giugno, giornata dedicata alla preghiera per la santificazione del clero. “Penso a tutti quei presbiteri che offrono ai fedeli cristiani e al mondo intero l’umile e quotidiana proposta delle parole e dei gesti di Cristo, cercando di aderire a Lui con i pensieri, la volontà, i sentimenti e lo stile di tutta la propria esistenza”, prosegue il Papa, sottolineando le “innumerevoli situazioni di sofferenza in cui molti sacerdoti sono coinvolti, sia perché partecipi dell’esperienza umana del dolore nella molteplicità del suo manifestarsi, sia perché incompresi dagli stessi destinatari del loro ministero: come non ricordare i tanti sacerdoti offesi nella loro dignità, impediti nella loro missione, a volte anche perseguitati fino alla suprema testimonianza del sangue?”.

Domenica 21 giugno 2009


PARROCCHIA S. GIORGIO M.

Foglio per i lettori

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)


PRIMA LETTURA (Gb 38,1.8-11)
Qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde.

Dal libro di Giobbe

Il Signore prese a dire a Giobbe in mezzo all’uragano:
«Chi ha chiuso tra due porte il mare,
quando usciva impetuoso dal seno materno,
quando io lo vestivo di nubi
e lo fasciavo di una nuvola oscura,
quando gli ho fissato un limite,
gli ho messo chiavistello e due porte
dicendo: “Fin qui giungerai e non oltre
e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde”?».
Parola di Dio

SALMO RESPONSORIALE (Sal 106)
Rit: Rendete grazie al Signore, il suo amore è per sempre.

Coloro che scendevano in mare sulle navi
e commerciavano sulle grandi acque,
videro le opere del Signore
e le sue meraviglie nel mare profondo. Rit.

Egli parlò e scatenò un vento burrascoso,
che fece alzare le onde:
salivano fino al cielo, scendevano negli abissi;
si sentivano venir meno nel pericolo. Rit.

Nell’angustia gridarono al Signore,
ed egli li fece uscire dalle loro angosce.
La tempesta fu ridotta al silenzio,
tacquero le onde del mare. Rit.

Al vedere la bonaccia essi gioirono,
ed egli li condusse al porto sospirato.
Ringrazino il Signore per il suo amore,
per le sue meraviglie a favore degli uomini. Rit.

SECONDA LETTURA (2Cor 5,14-17)
Ecco, son nate cose nuove.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi

Fratelli, l’amore del Cristo ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro.
Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.
Parola di Dio

Canto al Vangelo (Lc 7, 16)
Alleluia, alleluia.
Un grande profeta è sorto tra noi,
e Dio ha visitato il suo popolo.
Alleluia.

VANGELO (Mc 4,35-41)
Chi è costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?

+ Dal Vangelo secondo Marco

In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».
Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
Come gli apostoli, anche noi ci rivolgiamo con fiducia al Signore Gesù, morto e risorto per noi, perché con la sua pace doni forza e coraggio per resistere alle tempeste della vita.
Con fiducia di essere esauditi, proclamiamo: Sii benedetto, Signore nostro Dio.

1. Ti lodiamo e ti benediciamo, Signore, per il dono e la bellezza della tua creazione: fa' che sappiamo apprezzarla e custodirla da chi la vuole sfruttare e distruggere, preghiamo.
2. Ti lodiamo e ti benediciamo, Signore, per la tua Chiesa che custodisce l'amore che Cristo ha manifestato per gli uomini, e ti chiediamo di non vivere più per noi stessi, ma per Lui e per i nostri fratelli, preghiamo.
3. Ti lodiamo e ti benediciamo, Signore, perché nelle tempeste della vita tu sei sempre al nostro fianco: fa' che non dubitiamo mai del tuo amore e della tua presenza, anche quando perdiamo la fiducia, preghiamo.

4. Ti lodiamo e ti benediciamo, Signore, per il bene che hai seminato in tante persone di buona volontà, che nel mondo si impegnano per difendere i diritti dell'uomo, preghiamo

(!!!)
5. Ti lodiamo e ti benediciamo, Signore, per la Comunità di Zellina,
che(oggi benedice) ieri sera ha benedetto la chiesa restaurata... fa’ che sia sempre più unita nella carità e nell’accoglienza dei fratelli, preghiamo
.
6. Ti lodiamo e ti benediciamo, Signore, per i nostri bambini e ragazzi che hanno concluso l’anno scolastico e in questa settimana iniziano l’oratorio, stai accanto a loro durante le vacanze, preghiamo


Benedetto sei tu, Signore, Dio dell'universo, che hai donato al mondo la salvezza in Cristo, ridestandolo dalla morte e offrendo a noi la speranza di colmare in Lui tutte le nostre speranze. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Udine. Amianto, in causa altri 400 malati

«L’Ass 5 ha fornito i dati troppo tardi»

Amianto, in causa altri 400 malati

Assistiti dalla Cgil, contano di ottenere benefici dopo le ultime sentenze favorevoli

LA CRITICA

IL CASO


FONTE

I sindacalisti aprono una polemica con la Cisl: dovevamo agire insieme I lavoratori esposti hanno operato in Friuli dal dopoguerra al 1992

Torna a esplodere il caso amianto. Un caso che viene dal passato, ma che tiene ancora in sospeso centinaia e centinaia di lavoratori. Dopo la sentenza del tribunale di Udine che ha riconosciuto l’esposizione all’amianto di 12 lavoratori del polo chimico di Torviscosa, la Cgil è pronta a presentare 130 ricorsi per altrettanti lavoratori sempre del polo chimico.
Complessivamente il patronato della Cgil sta seguendo più di 400 casi. E non è finita qui. Secondo la Cgil sarebbero migliaia i lavoratori della provincia di Udine che hanno dovuto fare i conti con l’amianto nel periodo che va dal dopoguerra al 1992. Ma soltanto una minima parte può sperare di vedersi riconosciuto il diritto di andare in pensione prima del tempo con un beneficio economico.
«Per fare domanda di riconoscimento c’era tempo fino al 30 giugno del 2005 – spiega infatti Danilo Margheritta, direttore dell’Inca, il patronato per l’assistenza e la previdenza della Cgil – e purtroppo solo una minima parte dei lavoratori esposti l’ha presentata: in tutta la provincia saranno poco più di mille. Molti altri pur avendo fatto domanda non avranno benefici perché sono già andati in pensione: una vera e proprio beffa che per quanto ci riguarda interessa 65 lavoratori».
Quello tracciato dalla Cgil è insomma un ritratto drammatico del Friuli del dopoguerra: vecchi impianti industriali in disuso dalle tubature coibentate e isolamenti con pannelli d’amianto, coperture in eternit, tubature idriche. «Inoltre – dice il segretario della Cgil, Glauco Pittilino – c’è chi abusivamente scarica nei fossi o in luoghi appartati materiali da lavorazioni edili contenenti amianto. Avere una completa mappatura è praticamente impossibile, quello che è certo è che all’interno di questo quadro ci sono dipendenti di aziende metalmeccaniche, chimiche, dei trasporti, dell’edilizia e di altri settori che per anni hanno svolto la loro attività in ambienti contaminati dalle famigerate fibre d’amianto». Ma – mette in guardia Margheritta – «generalizzare è impossibile perché ogni singolo caso fa storia a sé». Ecco perché alla Cgil non è piaciuta la “fuga in avanti” della Cisl che attraverso l’Inas ha promosso una serie di cause pilota per 12 lavoratori del polo chimico e per 15 impiegati in un’acciaieria.
«La sentenza è sicuramente positiva – dice Pittilino – , ma se avessimo agito unitariamente avremmo potuto ottenere risultati migliori». Nel “mirino” della Cgil c’è anche l’Ass 5. «Non è da oggi – prosegue Pittilino – che si scopre il problema dell’amianto e sorprende il fatto che l’Ass 5 della Bassa Friulana snoccioli solo ora dati, cifre e incidenze patologiche. Se avessimo avuto i dati anni fa probabilmente si sarebbe rafforzata la prevenzione e avremmo a disposizione degli strumenti più forti a tutela della salute dei lavoratori. Inoltre sarebbe stata più agevole la strada per accedere ai benefici pensionistici o al danno biologico previsti dalla legislazione in materia».
Proprio con l’obiettivo di fare maggiore chiarezza sulla situazione venerdì 26 giugno alle 15 la Cgil insieme all’Inca terrà un incontro pubblico al Cid di Torviscosa. «Saranno illustrati i criteri e i requisiti per accedere ai benefici di legge al fine di evitare false aspettative o improprie convinzioni – conclude il segretario della Filcem Cgil, Roberto Di Lenardo – . Il tutto tenendo conto della complessità delle leggi e dei regolamenti che purtroppo non rendono automatico il diritto come invece qualcuno erroneamente paventa».
Cristian Rigo

Un estratto dall'Annuario di Ad Undecimum...ci parla della futura, ma in parte attuale, Zellina

Da “ZELLINA: una Comunità e la sua storia. “
di Flavia Tomba, Presidentessa del Circolo Culturale Ricreativo di Zellina (22-29 Agosto 1999) - Fonte

…Attraverso mappe e fotografie si è evidenziato come il nucleo abitato, seppur di piccole dimensioni, abbia resistito al passare del tempo e abbia mantenuto pressoché inalterata la propria configurazione. Nato a ridosso della Via Annia, strada di epoca romana, ed in prossimità della roggia oggi chiamata Zellina, il nucleo antico del borgo, di cui tuttora sopravvivono, seppur con sostanziali modifiche, alcune costruzioni, testimonia con la propria conformazione e, soprattutto, con il proprio toponimo la tradizione contadina della frazione. Si tratta, infatti, di un gruppo di edifici disposti a corte (com'è tipico dell'architettura rurale della Bassa Friulana) denominato "Borg da Forcje". L'abitato della frazione è rimasto sostanzialmente inalterato nel corso degli ultimi tre secoli. E' solo nella seconda metà del Novecento che il numero dei nuclei familiari aumenta in modo considerevole e, di conseguenza, si assiste ad una piccola esplosione edilizia. Purtroppo, quest'ultima si è concentrata per lo più lungo gli assi di comunicazione con i paesi vicini con il risultato che l'abitato non ha più una propria identità precisa. Attualmente non esiste più un vero e proprio "centro" del borgo. L'area su cui sorgono la chiesa, il campo di calcio e l'ex sede delle scuole, con alcuni piccoli interventi potrebbe diventare il luogo catalizzatore della vita comunitaria, ma ciò richiede che sia risolto un problema fondamentale: il collegamento per mezzo di una pista ciclabile tra la frazione e San Giorgio che permetterebbe, tra l'altro, di raggiungere l'area suddetta da qualunque punto di Zellina, in tutta sicurezza e senza ricorrere all'automobile….

Il sito del Comune ci parla della Chiesa di Zellina

Con le dovute correzioni pubblico estraendo dal sito di San Giorgio di Nogaro, sperando di far cosa gradita a chi ha amato questi sacerdoti. Anche al giorno d'oggi Zellina ha trovato chi vuole il bene della Comunità.

CHIESA DI ZELLINA
Zellina, toponimo recente in viale Venezia.

Alla chiesa, dedicata all'IMMACOLATA DI MARIA, la prima pietra venne posta il 12 dicembre 1948. Completata sotto la direzione pastorale di don Lauro Minin e don Bepo Minighin, prima e don Bruno Roselli, poi, con il contributo volontario in opere materiali ed economiche di tutta la popolazione, la quale, per questo, alla fine della guerra smantellò un campo d'aviazione militare.

Il cemento ricavato dalla pista d'atterraggio venne trasformato in mattoni con i quali la popolazione edificò la chiesa. La benedizione solenne venne celebrata nel Natale del 1949 e la prima Messa l'indomani, giorno di Santo Stefano.

Da Radiovaticana

Usa: rabbino chiede canonizzazione di Pio XII

◊ Fino al settembre del 2008 aveva sollevato dubbi sulla beatificazione di Pio XII, adesso prega invece per lui e propone di riconoscere Papa Pacelli come santo. E’ un rabbino statunitense che si è pronunciato sulla vicenda nella prefazione all’ultimo libro di suor Margherita Marchione dal titolo: “Papa Pio XII. Un’antologia di testi nel 70° anniversario dell’incoronazione”, edito in italiano e inglese dalla Libreria Editrice Vaticana. Il rabbino americano Erich A. Silver del Temple Beth David in Cheshire, responsabile per il miglioramento delle relazioni tra Giudaismo e Chiesa Cattolica, spiega il perché di questo suo ripensamento. “Credevo – ha scritto Silver nella prefazione al libro della Marchione – che il Papa potesse fare di più. Volevo sapere se, infatti, fosse stato un collaboratore, un antisemita passivo, mentre milioni di ebrei furono uccisi”. Poi – ha raccontato il rabbino – nel mese di settembre del 2008 era stato a Roma, su invito di Gary Krupp a partecipare ad un simposio organizzato dalla Pave The Way Foundation, in cui si voleva capire il ruolo di Papa Pio XII durante l’Olocausto. In quell’occasione il rabbino Silver conobbe suor Marchione e una cinquantina tra rabbini, sacerdoti, studiosi e giornalisti che avevano studiato e indagato a fondo sul tema. Per Silver, quel simposio è stata una folgorazione – riferisce l’agenzia Zenit. “Le prove che ho visto – ha scritto lo statunitense – mi hanno convinto che la sola motivazione di Pio XII è stata di salvare tutti gli ebrei che poteva”. E l’immagine negativa contro Pio XII? Secondo Silver, tutto è cominciato con la pubblicazione del libro “The Deputy” con la diffusione di bugie e l’abitudine a non indagare i fatti storici. Così molte persone sono diventate “strumento di coloro che detestano Pio XII perché fu sempre anticomunista”. “E’ da notare – ha rilevato Silver – che, dopo la fine della guerra, e fino alla sua morte gli ebrei lo hanno lodato continuamente riconoscendolo come salvatore”. “Io spero – ha auspicato il rabbino – che la canonizzazione di Papa Pio XII possa procedere speditamente, affinché non solo i cattolici, ma tutto il mondo possa conoscere il bene compiuto da quest’uomo di Dio”. Nella parte finale della sua introduzione al libro della Marchione, Silver ha ricordato che nel 50° anniversario della morte di Pio XII, nella predica di Yom Kippur, ha parlato del “bisogno che c’è di correggere gli sbagli fatti nel passato. Dopo tutto, Eugenio Pacelli è un amico speciale di Dio – un santo. Tocca a noi riconoscere questo fatto”. Suor Margherita Marchione, conosciuta come “Fighting Nun” (la suora che combatte), autrice di oltre 15 libri sulla figura di Pio XII, ha ricordato di aver conosciuto e incontrato Papa Pacelli nell’estate del 1957, quando venne in Italia per condurre una serie di ricerche sul poeta Clemente Rebora. Per suor Margherita, Pio XII è la più grande personalità dell’epoca della Seconda Guerra Mondiale. “Questo Papa – ha detto a Zenit a cui ha rilasciato un’intervista – nel silenzio e nella sofferenza, senza armi e senza eserciti, riuscì a salvare tante vite umane e ad alleviare tante pene. E’ la verità storica”. Suor Margherita ha dimostrato che Pio XII fu nemico acerrimo dei nazisti e dei comunisti. Come ha scritto monsignor Fulton J. Sheen: “il Vaticano è stato tacciato di comunismo dai nazisti, di nazismo dai comunisti, di antifascismo dai fascisti, ma in realtà si oppone a ogni ideologia antireligiosa”. In merito al rapporto con gli ebrei, suor Margherita può dimostrare che “Pio XII ha salvato più ebrei di qualsiasi altra persona inclusi Oskar Schindler e Raoul Wallemberg”. “Durante la guerra – ha aggiunto – Pio XII ha fatto di più di qualsiasi altro capo di Stato come il presidente americano Franklin Roosevelt oppure Winston Churchill i quali potevano servirsi di mezzi militari. L’unico capo mondiale che ha salvato migliaia di ebrei è stato Pio XII, il quale non aveva mezzi militari”. (A.V.)

Da Radiovaticana

Uganda: una casa per bambini orfani

◊ “L'Uganda sembra a prima vista un vero paradiso eppure questo Paese vive il dramma della povertà che provoca sofferenza e morte” afferma padre Danilo Salezze in riferimento alla nascita in cantiere di una casa-famiglia per i bimbi orfani e per le mamme abbandonate a Mbarara, nel sud ovest dell'Uganda. Lo prevede un progetto di solidarietà promosso dai frati della basilica di Sant'Antonio da Padova. L'iniziativa si è concretizzata dopo il recente viaggio proprio di padre Salezze, direttore generale del «Messaggero di Sant'Antonio» ed ora è stata rilanciata anche dalla rivista mensile pubblicata dai francescani conventuali. Il direttore racconta delle enormi difficoltà vissute dalla popolazione, spiegando che alla lunga guerra civile, alla miseria e alla fame, si accompagna la piaga terribile della diffusione dell'Aids. Dei trenta milioni di persone infette da hiv nel mondo, due milioni infatti sono ugandesi e l'80% non sa neppure di essere in questa situazione di estremo rischio. Peraltro non esiste in Uganda una medicina di base, e solo chi può pagare riceve qualche assistenza. Nel Paese l'Aids, oltre a fare moltissime vittime, - riferisce l’Osservatore Romano, occupatosi dell’iniziativa dei frati - è diventato fra l'altro la causa prima di molte altre situazioni drammatiche, come quella dei milioni di bambini rimasti orfani. C'è infine un elevato numero di donne malate a causa del virus, le quali sono colpite anche da altre patologie, fisiche o mentali, tutte conseguenza dell'abbandono in cui si trovano. “A questi bambini e a queste donne, dunque — sottolinea il direttore — sarà dedicata la casa-famiglia Shalom, che rappresenta un segno della solidarietà concreta dei tanti devoti di sant'Antonio sparsi nel mondo”. “Il progetto — specifica padre Salezze — nasce in collaborazione con la comunità Yesu Aurire (Gesù è vivo) di Mbarara, fondata da un sacerdote della diocesi di Mbarara, padre Emmanuel Tusiime”. “Nel progetto — aggiunge — è coinvolto un gruppo di volontari laici, uomini e donne che hanno conosciuto direttamente il dolore, il lutto, la malattia e l'abbandono, e che oggi sono impegnati nel restituire dignità alle persone che chiedono aiuto”. Per i promotori, l'iniziativa di solidarietà è insieme un modello di assistenza e sviluppo, che si basa su una grande esperienza di fede. Casa Shalom sarà in grado di accogliere fino a un centinaio di persone: settanta bambini orfani e malati affetti dall'Aids, quindici mamme sofferenti per disturbi psichiatrici con i loro bambini; oltre a un gruppo del personale volontario e medico. Il terreno è già disponibile e la comunità di Mbarara è pienamente coinvolta nell'iniziativa. Padre Emmanuel pensa già agli sviluppi futuri della casa di accoglienza: essa sarà collegata all'ospedale e all'università e diventerà un luogo di formazione per gli operatori sociali. L'intera città verrà coinvolta nell'iniziativa, i bambini bisognosi di assistenza saranno così reintegrati nelle famiglie e le donne troveranno un lavoro. Manca per ora il denaro per comprare il materiale e pagare il lavoro degli operai, ma i francescani della basilica di Sant'Antonio di Padova, attraverso la Caritas antoniana, hanno comunque deciso di appoggiare questo progetto, convinti nell'aiuto di tanti amici. (A.V.)

Un estratto da Vita Cattolica

LA TESTIMONIANZA DI TRE PARROCI HA CONCLUSO

L’ANNUALE INCONTRO RESIDENZIALE DEL CLERO UDINESE,

SVOLTOSI A PIANI DI LUZZA DAL 3 AL 5 GIUGNO

La domenica è ancora festa

LA DOMENICA, nonostante i centri

commerciali aperti e la tentazione

per l’uomo moderno di viverla solo

come tempo libero, in Friuli è

ancora un importante spazio per

vivere la dimensione della festa, in cui la

presenza del sacerdote è accolta come

preziosa dalla comunità cristiana: è emerso

venerdì 5 giugno, nella tavola rotonda

che, presso il villaggio Getur di Piani

di Luzza (in comune di Forni Avoltri),

ha concluso l’annuale incontro residenziale

del clero diocesano di Udine.

Tre giorni (dal 3 al 5 giugno) in cui sacerdoti

e diaconi friulani hanno dedicato

del tempo alla formazione (con gli apprezzati

interventi sul senso cristiano

della festa da parte del prof. Andrea Grillo,

docente di Liturgia agli istituti S. Anselmo

di Roma e S. Giustina di Padova) e

al libero confronto tra di loro sulle difficoltà

del ministero, in un clima di comunione

e privi dell’assillo degli impegni

pastorali quotidiani.

Nella tavola rotonda i tre arcipreti di S.

Giorgio di Nogaro (mons. Livio Carlino),

Ampezzo (mons. Pietro Piller) e S. Pietro

al Natisone (mons. Mario Qualizza) hanno

fatto emergere l’immagine di parroci

friulani che, nelle diverse realtà della Bassa,

della Carnia e della Slavia Friulana, respingono

«la tentazione di trasformarsi

in burocrati del sacro, per essere invece

sempre di più ministri del mistero», come

ha sintetizzato il moderatore, mons.

Duilio Corgnali (arciprete di Tarcento).

Il senso della festa è più vero e sentito

nelle comunità più piccole e povere dal

punto di vista della presenza umana.

«Nelle piccole comunità le relazioni sono

molto più semplici – ha raccontato don

Carlino –. E così è più facile vivere il senso

della festa. Nel paese grande invece c’è

più la sensazione di avere di fronte un’assemblea

fedele ad un precetto, ad un appuntamento

». Non tutte le Messe domenicali,

però sono uguali: «In Duomo a S.

Giorgio di Nogaro nell’Eucaristia delle

8.30, quella degli anziani, percepisci subito

il senso della festa. L’assemblea canta,

risponde, è vivace». Alle 11 ci sono più

laici che si impegnano nella liturgia, il coro

che anima, «ma nel complesso l’assemblea

è più eterogenea, fredda. Ed ancor

peggio la domenica sera».

Celebrando nelle sue parrocchie di

Ampezzo, Sauris, Socchieve e Raveo,

mons. Piller trova un clima «di festa familiare

», un «rapporto bello, caratterizzato

da amicizia e stima reciproca». Peccato

che la partecipazione alle liturgie riguardi

ormai solo il 10% della popolazione

con la «grande assenza della fascia di età

che va dal post-cresima ai 30-40 anni».

Fanno eccezione le feste patronali, percepite

ancora da tutti come qualcosa

«che tiene vive l’identità e la storia del

paese». Occasioni importanti per «riallacciare

relazioni umane vere» e per far

riemergere che «il senso della festa è nel

Signore Gesù e nel messaggio del Vangelo

».

«Sono parroco in una zona un tempo

servita da 10 sacerdoti», ha sottolineato

mons. Mario Qualizza, evidenziando soprattutto

alcuni dati riferiti al territorio di

Pulfero: popolazione sparsa in 47 borgate

collegate da 50 chilometri di strade comunali,

ben otto chiese aperte al culto,

con l’aiuto di due sacerdoti, don Davide

Larice e don Sandro Piussi (il primo attivo

in zona da oltre 20 anni, il secondo da

qualche mese). E le piccole comunità sono

un patrimonio che non può andare

disperso, ha evidenziato mons. Qualizza:

«Incontrando le persone, specie nei paesi

più poveri dal punto di vista della presenza

umana, si scoprono tesori bellissimi di

partecipazione alla festa cristiana. Ho

fatto mie le parole del Vangelo: "essere

lievito e sale". In ogni paese ci deve essere

un gruppetto che poi trascina tutti gli

altri, come accade nei nostri paesi in occasione

del rosario in maggio. Invece di

guardare la massa che non c’è, dobbiamo

dare importanza al lievito e al sale».

Esperienze, confermate da altri interventi

nel dibattito, che hanno evidenziato

la necessità che in nessun paese alla

domenica sia lasciata la chiesa chiusa. Una

posizione ribadita nel suo intervento

conclusivo dal vicario episcopale per la

pastorale, mons. Igino Schiff, che ha sottolineato

l’importanza della presenza e

della vocazione laicale anche nella liturgia,

da coltivare e promuovere: «È una

presenza attiva e fondamentale. Certo, i

soggetti e le responsabilità che si moltiplicano

possono dare l’impressione di un

fenomeno un po’ disordinato, ma la crescita

di questa coscienza diffusa di corresponsabilità

è fondamentale». Proprio i

laici vanno responsabilizzati per tenere

vivo il senso della festa con la celebrazione

della Parola di Dio laddove non ci può

essere la S. Messa: «Tutti i cristiani devono

restare alla domenica nella propria

comunità – ha ribadito mons. Schiff –.

Magari, dopo aver partecipato alla celebrazione

della Parola di Dio, chi lo desidera

può anche spostarsi per andare a

partecipare alla Messa. Ma se i più forti,

quelli che possono muoversi, se ne vanno,

e lasciano soli i più "deboli", quelli

che sono impossibilitati a farlo, così accelerano

il disfacimento della comunità,

senza la quale non si celebra più l’Eucaristia

».

ROBERTO PENSA

Foglio della Collaborazione Pastorale Di San Giorgio di Nogaro

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